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Adesso dalla Libia arrivano i libici

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L'Italia discute, mentre la Libia brucia. Un'inerzia che Roma rischia di pagare a carissimo prezzo. Un assaggio del disastro prossimo venturo che ci aspetta lo abbiamo avuto nel weekend appena concluso. Perché tra i primi immigrati arrivati da Tripoli via mare nelle nostre coste in quest'alba del 2020 abbiamo registrato una decina di nuclei familiari di nazionalità libica. Pochi, ma rilevanti. Si tratta infatti di una novità assoluta. Per capire di cosa stiamo parlando, è forse il caso di ricordare che gli autoctoni libici non hanno mai lasciato il paese di origine. Neanche dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011. Né durante l'emergenza immigrazione del triennio 2014-2015-2016 quando dalla Libia partirono (destinazione Italia) circa 500 mila immigrati, africani e asiatici, ma in nessun caso libici. Per la semplice ragione che gli abitanti di quella che fu una nostra colonia sono cresciuti a pane e retorica anti-italiana, in un paese certo non democratico, ma che grazie ai proventi petroliferi era capace di garantire ai suoi cittadini standard economici tali da non indurli a cercare fortuna all'esterno. E, tuttavia, quello che sulla carta sembrava impossibile, si è realizzato in questo inizio del nuovo anno. Merito di un'Italia imbambolata, di un'Europa sempre più divisa e di due famelici player geopolitici internazionali come Russia e Turchia. Che hanno messo le mani in Libia per rafforzare le rispettive sfere di influenza nello scacchiere mediterraneo. Strategia e tattica impeccabili, quelle di Mosca e Istanbul. Sanno, infatti, benissimo che in entrambe le rive di quello che i romani dominavano e per questo chiamavano Mare Nostrum, si affacciano oggi Stati fragili e impotenti. In quest'ottica, la sensazione è che il peggio, almeno per noi, potrebbe ancora arrivare.