Se il calendario parla dell’immigrazione

Se il calendario parla dell’immigrazione

18.12.2019 - 18:00

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Dal 2000 per decisione delle Nazione Unite oggi 18 dicembre ricorre la Giornata Mondiale dei Diritti dei Migranti. Un’occasione quanto mai utile per cercare di fare il punto su una questione che in tandem con quella dell’ambiente è destinata a segnare il futuro dell’umanità. Poiché sull’argomento la confusione regna sovrana va subito detto che, a differenza di quanto spesso si sente ripetere, i flussi migratori originano in primo luogo dal mercato. Visto che essi, al pari di quanto accade per le merci, vengono attivati da una domanda di lavoro che l’offerta in loco non è in grado di soddisfare. Ma anche dalle aspettative economiche e di status dei suoi protagonisti. Visto che, in genere, coloro che emigrano/immigrano oltre confine non sono i più poveri dei poveri.

Infatti, come hanno ormai da tempo chiarito con l’evidenza dei numeri molte ricerche, gli emigrati/immigrati appartengono a strati sociali caratterizzati da condizioni materiali, oltreché fisiche e culturali, di relativa minore deprivazione rispetto a quelle medie delle loro rispettive terre di origine. Tanto è vero che secondo il Center for Global Development: “l’emigrazione è maggiore dai paesi che sulla scala della distribuzione della ricchezza mondiale si collocano ai ranghi medio alti di quella dei paesi poveri. Le nazioni con un reddito medio tra 8mila/10mila dollari hanno un’emigrazione 3 volte superiore di quella dai paesi con un reddito medio pari o inferiore a 2mila dollari”. Dunque coloro che scelgono di incamminarsi verso il Nord non vengono né sono i più disperati delle regioni a maggiore arretratezza del Pianeta.

La verità è che per decidere di “lasciare casa” servono, certo, ma non bastano il coraggio, la salute e lo spirito di iniziativa. Occorrono risorse per il viaggio, influenti entrature e denaro per “convincere” le occhiute polizie locali, solide reti di conoscenze all’estero e, soprattutto un complesso di capacità organizzative che non si improvvisano dall’oggi al domani. Ecco spiegato perché a lasciare la terra natia sono, in genere, individui dotati di un buon capitale umano che in patria non sarebbero necessariamente destinati a patire la fame. Vanno all’estero perché vogliono (e sperano) in questo modo di ottenere di più dal “capitale” che possiedono ritenendolo non adeguatamente retribuito a casa loro. In via conclusiva si può dunque a ragione affermare che: a) emigra/immigra chi possiede, rispetto ai tanti (la maggioranza) che restano, almeno i mezzi finanziari e le capacità professionali, mentali e relazionali che costituiscono la massa critica richiesta per concepire e compiere un passo altrimenti proibitivo; b) l’emigrazione/immigrazione è una sorta di risk management strategy che gli individui e le loro famiglie adottano per migliorare una condizione giudicata insoddisfacente sul piano materiale e inadeguata su quello esistenziale.

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