Con questi avversari Trump sorride

Con questi avversari Trump sorride

13.12.2019 - 18:00

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Per i democratici americani le primarie che dovranno incoronare chi di loro sarà il designato a sfidare Trump nelle prossime elezioni presidenziali del 2020 rischiano di trasformarsi in un clamoroso auto goal politico. Infatti dopo il ritiro la scorsa settimana della senatrice di colore Kamala Harris restano in gara per l’attesissimo, cruciale confronto prenatalizio del 19 dicembre cinque candidati (quattro uomini e una donna) tutti bianchi e per di più, eccezion fatta per Pete Buttigieg, ultrasettantenni.

Una situazione paradossale e in aperto contrasto con l’ impegno più volte ribadito dagli esponenti dell’opposizione democratica di riuscire ad avere la meglio sul blocco conservatore trumpista grazie all’appoggio dell’elettorato emergente femminile, giovanile e delle minoranze. Ma al momento, visto l’andamento delle primarie, non sembra proprio che le cose vadano nella direzione annunciata. Perché se le candidature restano quelle di oggi è chiaro che per i democratici sarà non dura ma durissima riuscire a conquistare i voti necessari per sfrattare Donald dalla Casa Bianca e “liberare” l’America dalle grinfie del suprematismo bianco del trumpismo.

Che fine ha fatto tra i democratici l’alleanza rainbow che aveva consentito dieci anni fa (anche se sembra passato un secolo) di portare alla presidenza Barak Obama? E, soprattutto, come si spiega questa regressione “bianca” di un partito che aveva dato inizio al ciclo presidenziale eleggendo al Congresso un numero storico di giovani, soprattutto donne, e di esponenti delle minoranze? Domande alle quali, al momento, è solo possibile rispondere avanzando due ipotesi che soltanto il tempo consentirà di verificare a pieno.

La prima: i democratici segnati dalla sconfitta della Clinton sembrano essere caduti vittime di quella che gli esperti definiscono come la sindrome dell’avversario. Che li spinge a decidere non “in proprio” ma in base a ciò che ritengono essere il pensiero degli avversari. Ragione per la quale se il razzismo ed il sessismo sono dalla parte di Trump ritengono che per evitare di essere sconfitti in partenza si dovranno selezionare figure le meno alternative possibili. Detto in altri termini. Se l’obbiettivo è quello di recuperare i voti degli operai bianchi che nel 2016 preferirono Trump alla Clinton la prima cosa da fare è evitare tipologie di candidature che li confermino nella scelta passata. Il che spiega come mai oggi, cosa mai avvenuta in passato, per la prima volta vengono preventivamente esclusi candidati di colore o appartenenti alle minoranze immigrate o etniche.

La seconda: i democratici, colpiti dal tipo di campagna elettorale che nelle primarie del 2016 consentì a Trump di rompere la gerarchia per lui sfavorevole delle candidature preferite dall’establishment repubblicane e sbaragliare ad uno ad uno tutti concorrenti, sembrano oggi aver deciso di seguirne le orme. Infatti, spiegano Jonathan Rauche e Ray la Raya nel saggio “Too Much Democracy Is Bad for Democracy” appena pubblicato su Atlantic:  “tra i candidati progressisti è diventato di moda evitare le donazioni dei ricchi e delle aziende e puntare, invece, su quelle di piccole dimensioni offerte dai supporter di base. Che però, anche se fatte con partecipazione ed entusiasmo presentano un lato tutt’altro che rassicurante.

I piccoli donatori, infatti, non sono rappresentativi dell’elettorato in quanto tale. Perché non solo hanno posizioni radicali e polarizzate tanto quanto i grandi finanziatori di un tempo, ma soprattutto sono un campione demografico distorto rispetto al resto degli americani: sono più ricchi, più bianchi e più anziani”. Come dimostrano i risultati in precedenza analizzati delle primarie in corso tra i democratici.

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