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Tiziana, bersaglio degli impotenti

Selene Bisi
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Capelli neri, 31 anni e occhi chiari. Questa era Tiziana. Una giovane donna di cui tutti hanno conosciuto l'intimità, su cui in troppi si sono permessi di esprimere giudizi e che nessuno però davvero conosceva. Nessuno si è chiesto chi fosse questa donna, quali progetti avesse per il futuro, se sognasse una famiglia con dei figli, un bel lavoro, quale fosse il suo colore preferito, se a scuola era stata più brava in matematica o in italiano, se si sentiva più a suo agio sui tacchi o nelle sneakers, se avesse qualche preferenza politica. Non sappiamo chi fosse. L'abbiamo tutti giudicata: chi come “facile” per usare una parola più elegante di quelle che siamo stati costretti a leggere e sentire, chi come “ingenua” perché due sono le colpe che le si imputano: aver vissuto la sessualità come voleva e essersi fidata, in un mondo in cui non ci possiamo più fidare di una persona con cui viviamo un'intimità, appunto qualcosa che deve restare “tra noi”. E si sa che da sempre esistono i galletti che si fanno belli con gli amici raccontando avventure sessuali, violando la privacy della donna con cui hanno condiviso qualcosa. Ma quelle conversazioni da bar, da spogliatoi di calcetto, con internet, con i social diventano le chiacchiere di una nazione intera che si arroga il diritto di giudicare, condividere. Perché se ci sono luoghi del mondo, che a noi sembrano tanto lontani per mentalità e che evidentemente non lo sono, in cui le donne vengono ancora lapidate quando adultere, quando ritenute "cattive donne", da noi invece di pietre si scagliano condivisioni sui social, "mi piace" e giudizi pesanti, acuminati come pietre. Io me la immagino Tiziana che esce di casa e viene insultata, che nel migliore dei casi viene osservata tra risolini e sguardi severi. E poi torna a casa e piange. Io me la immagino Tiziana, costretta ad andare via dal suo paese, dalla sua regione che magari amava tanto, mentre salutava il lungomare promettendosi che un giorno sarebbe tornata nella speranza che prima o poi si dimenticassero tutto. E me la immagino chiedere una nuova identità e sognare di ricominciare tutto daccapo. Una rinascita. Poi me la immagino anche mentre vede sui social un'altra cattiveria, si guarda davanti e non la vede una via d'uscita e allora prende il foulard che magari un tempo la faceva sentire carina, se lo lega intorno al collo e si toglie la vita. Uccisa dal giudizio della gente, dalla malignità, dal pettegolezzo. Non uccisa dalla sua libertà, né dalla sua ingenuità come qualcuno vorrebbe dire. Perché non si può continuare a pensare di vivere in difesa. Non si può insegnare alle ragazzine a non mettersi una minigonna “perché poi se la cercano”, si deve insegnare agli uomini a non stuprare. Non si può chiedere di non fidarsi di qualcuno con cui si va a letto, perché “poi chissà lui che racconta”, insegniamo a tutelare l'altro, che sia il compagno di una vita o di una notte. Non si può chiedere di essere sempre forte “perché non ci si toglie la vita per queste cose”, è un diritto essere fragili e questo non può significare diventare il caprio espiatorio per le frustrazioni di tutti. Perché in un mondo dove è fondamentale essere rispettabili, ma in cui i confini della rispettabilità non possono essere oggettivi, il rispetto invece ce lo siamo tutti un po' dimenticati. E la mancanza di rispetto, lo abbiamo visto, è un'arma che può uccidere.