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Donne senza figli

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Jacopo Barbarito
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Aldo Carotenuto spiegava ne “L'anima delle donne” come sia un retaggio che la società si tramanda da secoli quello di associare alla maternità l'unica spinta di creatività della donna. Poi in questi giorni leggiamo in una campagna di sensibilizzazione per il Fertility day: “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi”. Eppure di donne creative senza figli potremmo raccontare tante storie. Scrittrici, registe, artiste, ma anche impiegate precarie, disoccupate per cui riuscire a pagare le bollette a fine mese diventa un atto creativo al pari di un capolavoro di Kandinskij. E poi ci sono quelle che tanta creatività la devono escogitare cercando scuse con familiari, amici e con una buona parte della società, tirando fuori dal cilindro le giustificazioni più disparate. Adesso da persino davanti allo Stato, come se la maternità fosse una cosa da vivere in piazza e non un'esperienza intima e personale. Personale e diversa come la storia di ogni donna. C'è quella che dopo bombardamenti di ormoni, ha preferito rinunciare, quella che non ha trovato la persona giusta, quella a cui semplicemente figli non sono capitati, quella che ha trovato la persona giusta tardi. Sono donne che hanno dovuto rinunciare a un desiderio. Ma in questa polemica non si è parlato, come se non esistessero, di tutte quelle donne che figli non ne hanno e non ne avranno per il solo motivo che non ne vogliono. E non può essere una colpa. Mettere al mondo qualcuno è una gioia immensa, ma anche un immenso sacrificio. Per una donna significa sin dal primo istante sacrificio persino del proprio corpo: nausee, crampi, stanchezza, un corpo che cambia, si allarga per fare spazio a qualcun'altro. Sensi di colpa nel tornare a lavoro dopo il parto nel lasciare il bambino con tate e nonni, frustrazione nel restare a casa col bambino rinunciando a lavoro e carriera. Un figlio significa anche preoccupazioni. Perché mettere al mondo qualcuno è un diritto che si può esercitare o meno e nessuno può farne una colpa. Come scriveva Oriana Fallaci: “essere madre non è un mestiere, non è nemmeno un dovere, è solo un diritto tra tanti diritti”. Allora non chiedete alle donne di essere creative procreando. Le donne iniziano a essere creative da subito quando da bambine viene loro messo tra le braccia un bambolotto: “gioca a fare la mamma”. Mettiamo invece tra le braccia delle bambine un mappamondo: “gioca a immaginare dove sarai da grande, che viaggi farai, zaino in spalla e sogni nella testa”. Insegniamo alle giovani donne che possono essere madri, ma possono anche non esserlo e che la loro creatività non passa dal fare figli ma dal saper creare se stesse.