Vietato dire non ce la faccio più

Alessandro, la luce dopo il tunnel

18.01.2016 - 11:20

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Alessandro ha 18 anni quando gli dicono che quel malessere è una depressione. “Ho impiegato un po' a convincermi che dovevo andare a parlare con qualcuno”. Già a scuola Alessandro capisce che qualcosa non va, ma pensa sia solo una cosa momentanea: dà la colpa di quella rabbia e di quel dolore alla scuola che non va, ai genitori che discutono continuamente, agli amici menefreghisti, alla ragazzina che lo ha lasciato: “In realtà poi ho capito, ma dopo la terapia, che se in nessun posto stavo bene, se nessuno mi andava bene, forse la colpa era mia”. Ma a 18 anni è più facile essere arrabbiati col mondo che fermarsi a chiedere perché si è tanto arrabbiati. “L'ultimo anno stavo così male che pensai proprio di ritirarmi. Tornavo a casa e piangevo. E con questo sì che ho imparato a far pace”. Alessandro impara a far pace con le proprie lacrime: il primo passo verso la consapevolezza, “per le donne è più facile piangere. Noi invece non possiamo, si rischia sempre di passare da deboli”.
La rabbia di Alessandro si trasforma presto in dolore. E arriva il momento, per dirla come lui, di “aprire i rubinetti”. “La cosa peggiore erano i miei che non facevano altro che dirmi: tirati su, hai tutto, di che ti lamenti, pensa a chi sta peggio”. Quando si incappa in una malattia come la depressione uno degli aspetti più difficili è spiegare al mondo che non si sta male perché si vuole. Non si sceglie di ammalarsi di depressione come non si sceglie di ammalarsi nel corpo. “Poi, una mia compagna di classe, l'unica con cui ho mantenuto un rapporto anche in quei momenti, mi disse di andare da uno psicologo. Sul momento l'ho aggredita con frasi del tipo: non sono mica matto! Poi però ci sono andato”. Alessandro ha passato anni che descrive come incerti e terrorizzanti: “Quell'anno scolastico poi l'ho perso. L'anno dopo invece ce l'ho fatta e mi sono anche iscritto all'Università”. Il suo equilibrio sembra sempre precario: “So che mi basta poco per andare in crisi: un esame andato male, una discussione più accesa. Ma ora so perché mi succede, semplicemente perché ancora non sto bene, ma di sicuro sto meglio”.
Alessandro continua ad andare dallo psicologo, ad acquisire nuove consapevolezze, ad imparare come rapportarsi con il proprio malessere e con gli altri. In fondo è così che poco a poco, mi dice, sta imparando ad essere felice. Una lezione che evidentemente non è così scontata, per alcuni è difficile e sembra che l'unica maestra da cui imparare la felicità, sia attraversare le difficoltà della tristezza.

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