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Calcio, l'ex Remo Di Paolo: “La scomparsa del Rieti è una ferita profonda che non si rimarginerà”

Matteo Dionisi
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Mi arrampicavo sui rami degli alberi per vedere il Rieti”. Se questa non si può chiamare passione, allora cosa? Basterebbe ascoltare Remo Di Paolo, oggi 93enne, che nell’agosto del 1949 all’età di 19 anni lasciò Rieti per avventurarsi nel calcio dei grandi: la Salernitana di Manlio Scopigno. Ma prima di indossare i guantoni per difendere la porta dei granata, andava nell’ex campo di Viale Fassini per assistere ai match dei grandi giocatori, quelli che lui ammirava, proprio come il suo amico Scopigno. I colori amarantocelesti, la città di Rieti, l’ha sempre portata con se in tutti questi anni, dentro il suo cuore con ricordi nitidi e importanti. Oggi a Salerno – rimane uno degli ex giocatori più longevi del club campano – ha raccontato al nostro giornale i ricordi che ha di Rieti e del rapporto fraterno con Manlio. 

 


“Ero un ragazzino quando stavo a Rieti, ci allenava Gigi Bergamini. La Rieti calcistica la ricordo bene, andavo nel campo di Viale Fassini a vedere i grandi come Manlio Scopigno. Mi arrampicavo sui rami degli alberi per assistere ai match, ma in questo sport però non ha avuto mai fortuna visto che non c’è mai stato un presidente che è stato capace di fargli fare un salto di qualità e questo è un vero peccato”.  Che rapporto aveva con Manlio Scopigno? “Manlio per me era un fratello maggiore, mi voleva un bene pazzo. Era giovane, intelligente e soprattutto una bravissima persona. Lui voleva vedermi realizzato nel calcio, eravamo davvero come una famiglia io e lui. Calcisticamente, me lo ricordo benissimo perché uscì un articolo su di lui, era definito: un giocatore che arieggiava per le sue grandissime qualità. Io Manlio lo ricordo così. Poi l’anno del Napoli si infortunò e non ebbe molta fortuna, diverso invece il discorso da allenatore con lo scudetto vinto con il Cagliari”. 

 


In questi ultimi anni ha più seguito il Football Club Rieti? “Ho seguito poco il Rieti devo dire la verità, ma mi sono sempre informato con chi vive ancora lì. Mi è dispiaciuto davvero tanto, io sono andato via che avevo 19 anni, un ragazzino, ma da come ricordo anche all’epoca non aveva avuto tantissima fortuna nei rispettivi campionati”.  Qui manca il professionismo da un po' di anni ma, soprattutto, il Rieti che conosceva adesso non c’è più: le fa male questa cosa? “E’ una ferita che non si rimarginerà mai, lascia il segno. Noi siamo di un’epoca che è molto legata a questo tipo di valori qui: la tua terra, la passione per lo sport e per quella maglia. Il professionismo manca da tantissimo in quella città e sarebbe stato bello poter continuare a vedere il Rieti in Serie C, un campionato affascinante che sa regalare tantissime emozioni”.