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Epatite C, l'ospedale De Lellis prepara piano di screening

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Epatite C, si muove la Asl di Rieti. “La disponibilità di farmaci antivirali di ultima generazione ha reso un obiettivo raggiungibile l’ambizioso obiettivo posto dall’Oms nel 2017 di rendere l’Hcv, e comunque le infezioni epatitiche, non più un problema di salute pubblica entro il 2030. Questo invito è stato raccolto sia a livello nazionale dal nostro Governo, che poi ha declinato sulle Regioni le modalità attuative di questo intervento, che prevede uno screening sulla popolazione, volto a far emergere tutta quella parte di sommerso che ancora c’è nell’ambito delle infezioni da Hcv. A livello locale la nostra azienda si sta adoperando per attuare le indicazioni poste dalla Regione, ovvero essenzialmente lo sviluppo di un Piano di screening, la realizzazione di un gruppo di lavoro di un Piano attuativo aziendale e quindi l’intervento sulle popolazioni individuate, che sono i tossicodipendenti, i detenuti e la fascia di età 69-89 anni”.

 


Lo ha dichiarato il dottor Mauro Marchili, responsabile Uosd Malattie Infettive Ospedale di Rieti, intervenuto in occasione del corso di formazione Ecm sulla gestione dei tossicodipendenti con epatite C, organizzato dal provider Letscom E3 con il contributo di AbbVie. Il corso, dal titolo “Il sommerso emergente. riconoscere ed eradicare le infezioni misconosciute da Hcv”, rientra nell’ambito di ‘Hand – Hepatitis in addiction network delivery’, il progetto di networking a livello nazionale patrocinato da quattro società scientifiche che dal 2019 coinvolge i servizi per le dipendenze e i centri di cura per l’Hcv afferenti a diverse città italiane. Durante il proprio intervento, Marchili si è soffermato sulle criticità che emergono nella collaborazione con le diverse strutture sanitarie coinvolte.

 

 

“A livello locale - ha spiegato - una delle maggiori criticità, che è indipendente dalle organizzazioni, è legata alla difficoltà dei collegamenti viari tra le varie strutture della provincia. È una provincia di montagna in cui molte zone sono lontane dal centro. L’altro problema è di carattere generale: la carenza di personale medico- specialistico, che è stata ovviamente esacerbata dalla epidemia da Covid. C’è poi un problema di tipo informativo, molta gente non conosce il problema. Quindi va raggiunta per far sì che abbia accesso alle cure in maniera più consapevole. Queste sono una serie di difficoltà che rendono complicato agire direttamente sul posto, che sarebbe la strategia migliore, cioè poter essere presenti con personale specialistico direttamente nelle sedi in cui poi si svolgerà la cura sarebbe la cosa ottimale”.