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Rieti Covid, focolaio nella Rsa. Dalla Asl silenzio assoluto

P. C.
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Un silenzio assordante. Non certo quello che si respira camminando intorno alla struttura della Rsa Città di Rieti dove le tende blu delle finestre sono chiuse così come le porte. Il silenzio di cui si parla è quello della prima autorità sanitaria cittadina, il sindaco, e dell’azienda sanitaria sul focolaio scoppiato all’interno della struttura dove, da domenica, ospiti e personale sono stati colpiti dalla variante Omicron. Sono 50, su 60 totali, quelli risultati positivi al Covid dopo i tamponi molecolari eseguiti proprio dalla Asl e 25 gli operatori anch’essi contagiati. 

 

La maggior parte dei positivi è rimasta, per ora, all’interno della Rsa mentre due degli ospiti sono stati trasferiti all’ospedale De Lellis viste le condizioni critiche e la necessità di un tipo diverso di assistenza medica. Quanto sta accadendo in queste ore, anzi ciò che si sa da ormai una settimana, è passato sotto silenzio più assoluto da parte della Asl. La stessa Azienda sanitaria che entrò in campo, prendendo in mano la situazione a seguito del focolaio che, durante la prima ondata, scoppiò nella casa di riposo Santa Lucia. Anche in quel caso, come per la Rsa Città di Rieti, si parlava di una struttura privata ma l’azienda non lesinò informazioni. 

 

Ad oggi invece nessuna comunicazione ufficiale da parte della Asl o del sindaco mentre i parenti degli ospiti ricoverati all’interno della struttura sono stati avvertiti, tramite una telefonata, che i loro cari sarebbero stati sottoposti a molecolare e, successivamente, sono stati comunicati gli esiti dei test. Forse Omicron non fa paura come i virus della prima e della seconda ondata, forse basta monitorare da lontano, forse siamo tutti più stanchi. Però qualche informazione doveva essere data. Bastavano due righe per far sapere che si era sviluppato un nuovo focolaio proprio come si è detto che nuovi posti letto Covid sono stati attivati presso il reparto Udi del De Lellis per accogliere nuovi malati. Ma questo è. Ma visto che forse il peggio, per quanto riguarda contagi, ricoveri e decessi deve ancora venire, spiegare quanto sta accadendo sarebbe cosa buona e giusta. Per i pazienti, per le loro famiglie e per chi lavora in trincea da due anni.