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Rieti, "sparate ai cinghiali". La decisione del sindaco: "Città invasa, è pericoloso"

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L. S.
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Troppi cinghiali e non più solo nelle campagne. Il problema non riguarda più solo gli agricoltori ma anche chi vive in città. Già perché gli ungulati in questione si stanno sempre più spingendo nei centri abitati e soprattutto di sera non è difficile vederli “pascolare” indisturbati nelle strade dei quartieri periferici del capoluogo e rovistare i sacchi della spazzatura lasciati accanto ai cassonetti in cerca di cibo. E gli avvistamenti da parte dei residenti dei quartieri di Quattro Strade, Campoloniano e Villa Reatina cominciano ad essere davvero all’ordine del giorno. E a preoccupare anche i residenti perché dicono “un incontro ravvicinato con un cinghiale grosso e affamato è una esperienza da non ripetere”.

 

 

Insomma un problema che il sindaco Antonio Cicchetti di concerto con l’assessore all’Ambiente Claudio Valentini e con l'assessore alle Attività Produttive Daniele Sinibaldi, su sollecitazione della Prefettura di Rieti, ha predisposto, proprio nella giornata di ieri, 28 giugno, un'ordinanza per l'abbattimento degli ungulati sul territorio del Comune di Rieti e zone limitrofe con particolare riferimento alla Piana Reatina già pesantemente colpita dalla presenza dei cinghiali che hanno causato danni ingenti alle coltivazioni soprattutto di mais. “L'urgenza del provvedimento - fanno sapere dall’amministrazione comunale - è dettata dalla presenza dei cinghiali sul territorio comunale che determinano rischi per le popolazione e danni ingenti alle coltivazioni agricole, come segnalato più volte dai cittadini e dalle organizzazioni di rappresentanza ed in particolare da Coldiretti. Ovviamente l’ordinanza detta regole e condizioni e individua anche cacciatori esperti in grado di provvedere agli abbattimenti in totale sicurezza per la popolazione residente”.

 

 

Nei giorni scorsi era stata la Coldiretti a sollecitare provvedimenti urgenti per cercare di contenere il numero di cinghiali nella Piana Reatina.Infatti sono diversi i produttori che, stanchi dei danni, hanno abbandonato le coltivazioni tradizionali della zona. Specie quella per la produzione del mais.