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Vermicino, Tullio Bernabei il primo che si calò nel pozzo: "Studiamo un robot per soccorsi del genere, sarebbe bello chiamarlo Alfredino" | Video

Simona Ruggeri
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Ricorrono in questi giorni i 40 anni dalla tragedia di Vermicino. Tutta Italia, tra il 10 e il 13 giugno 1981, seguiva col fiato sospeso e con gli occhi incollati alla televisione i tentativi di salvataggio del piccolo Alfredino Rampi, il bambino nel pozzo. Il primo a calarsi in quella maledetta cavità che aveva inghiottito Alfredino, fu Tullio Bernabei, all’epoca ventiduenne caposquadra del gruppo di Soccorso Speleologico del Lazio, che ora abita nella campagna di Magliano Sabina. La tragedia ha profondamente segnato il giovane Tullio che, ancora oggi, si porta dietro i segni di una ferita che non si riemarginerà mai.  A distanza di 40 anni e a pochi giorni dalla messa in onda di una docuserie sulla vicenda di Vermicino, Tullio Bernabei parla quasi per la prima volta di questa sua dolorosa e drammatica esperienza. Furono giorni particolarmente lunghi, in cui si pensava solamente a salvare il piccolo Alfredino. Per anni ha preferito il silenzio. Ancora oggi non torna volentieri dentro quel pozzo.

 

Il caso era estremo, nessuno sapeva bene come intervenire e soprattutto quali strategie usare; mancò sicuramente l’organizzazione e il coordinamento dei soccorsi. Tullio Bernabei ripercorre velocemente quei tre giorni, senza soffermarsi troppo sui dettagli. Lui era il caposquadra del gruppo di soccorso e per primo si calò in quel pozzo fino quasi a raggiungere il piccolo Alfredo, parlandoci e cercando di rassicurarlo. Poi fu lui a coordinare poi gli ultimi tentativi disperati quando il bambino era scivolato a 60 metri di profondità. Una storia che ha segnato la sua esistenza fino ad oggi.

 

Quella vicenda per Tullio Bernabei è stata e resta un momento fondamentale della sua vita, un avvenimento che la ha profondamente influenzata: “Facevo già parte di una squadra di soccorso, ma da quell’istante in poi non ho avuto più dubbi. Ho dedicato tutto me stesso alla protezione e alla sicurezza delle persone. Nonostante tutto, voglio comunque guardare agli aspetti positivi che sono venuti da quella vicenda, ossia la creazione di una struttura permanete di Protezione Civile, organismo che oggi è di aiuto determinante in moltissimi casi”.  Inoltre, Tullio Bernabei è oggi a capo di un gruppo di lavoro che, insieme all’Università degli Studi dell’Aquila, sta studiando e realizzando un robot ad alta tecnologia che sarà in grado di operare in situazioni similari a quella di Vermicino, facendo addirittura controlli medici da remoto. Sicuramente le tecnologie attuali, mutuate dalla professionalità e dall’abnegazione di Tullio Bernabei, consentiranno ben presto di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato, allo scopo di evitare che episodi come quello di Vermicino si ripetano. “Vorrei chiamarlo Alfredino, ma prima bisogna sentire la madre”, ha concluso.