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Scoperta rete criminale-mafiosa in Sabina

Paolo Giomi
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Aveva creato la sua rete criminale proprio in quel luogo dove, negli ultimi anni, aveva vissuto sotto la copertura del programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Perché questo era diventato Giuseppe Cellamare, un collaboratore di giustizia. Il quale però, secondo quanto ha portato alla luce la maxi operazione condotta dai carabinieri del comando provinciale di Roma e dal Gico della Guardia di finanza, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, non aveva dimenticato i suoi trascorsi criminali, i forti legami con la Sacra Corona Unita di cui, negli anni Novanta, era esponente di spicco nel territorio della provincia di Bari. Anzi. Dal 2006, anno in cui esce dal programma di protezione, a ieri, giorno in cui è stato arrestato insieme ai suoi sodali, Cellamare crea una cellula mafiosa alle porte della Sabina. Uguale a quelle a cui apparteneva, nella struttura, nei metodi e, soprattutto, in quella che i carabinieri definiscono "violenza connotata", incrementata anche dalla ingente disponibilità di armi ed esplosivi. Una "rete" che Cellamare controllava in tutto il nord-est romano e che aveva a Monterotondo la sua base operativa. La finalità era la stessa dell'altra organizzazione, domiciliata a Roma, e disarticolata all'interno della stessa operazione di polizia giudiziaria di ieri: reinvestire i proventi dello spaccio di droga e di altre attività illecite come l'usura, operate sul territorio, in operazioni economiche di natura legale, come ad esempio l'acquisizione di beni immobili, l'apertura di esercizi commerciali come bar, ristoranti e sale slot (molti dei quali posti sotto sequestro), la creazione di società per investire il denaro sporco in maniera "pulita". Per far questo sia Cellamare, il "capo" del clan di Monterotondo, che Gaetano Vitagliano, il boss del gruppo di Roma, vicino agli scissionisti della camorra napoletana, si avvalevano dello stesso professionista, l'imprenditore Andrea Scanzani, figura chiave dell'indagine, ritenuto il "collante" tra le due organizzazioni dedite al riciclaggio. Attraverso di lui i due clan avevano a disposizione una vera e propria "équipe" di professionisti: notai, funzionari di banca, commercialisti, il cui compito era quello di creare canali di investimento ad hoc e, dove possibile, stroncare sul nascere ogni possibilità di controllo. Precauzione che non è bastata però per sfuggire alle maglie di carabinieri e finanza, che solo ieri hanno eseguito 23 ordinanze di custodia cautelare, sequestrando beni per quasi 300 milioni tra appartamenti, bar, ristoranti, sale slot, conti bancari, quote societarie.