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Rieti Covid, il vescovo Domenico Pompili: "Aiuti tempestivi e sostenibili"

Alessandro Toniolli
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Pandemia, lavoro e salute. Il vescovo Domenico Pompili prova a fotografare il momento che sta vivendo il territorio.La pandemia sta mostrando i suoi effetti sull’economia e sulla società. Il mondo della ristorazione è tra i più colpiti, qual è la sua riflessione su questo settore ed i suoi lavoratori? “La situazione di difficoltà è sotto gli occhi di tutti. E non solo nei settori della ristorazione e dell’ospitalità. Basta guardare al mondo dello spettacolo, o a chi si guadagna da vivere con lo sport, come i gestori di piscine e palestre; o ancora al mondo di servizi per l’estetica e il benessere. Il discorso si potrebbe allargare ancora: ad esempio a tutto l’indotto venuto meno per il calo delle cerimonie. L’impressione è che la crisi sia più ampia del racconto che se ne fa procedendo per singole categorie, perché anche in questo campo tutto è connesso. E quindi bisognerà, per citare don Milani, sortirne tutti insieme, senza egoismo. Di sicuro occorre che gli aiuti dello Stato siano tempestivi e sostenibili. Per resistere alla tentazione di chiudere tutti, occorre ora e qui un aiuto. Per quel che riguarda il nostro territorio, come Chiesa stiamo avviando il 'pane di Sant’Antonio', per erogare un aiuto a quanti non lo otterrebbero altrove. C’è da sperare in una rapida ripresa di questi settori non appena le persone potranno dare seguito alla voglia di socialità e divertimento fin qui compressa dalle restrizioni”.

 


Con il passare dei mesi si ha l’impressione che la solidarietà dimostrata nei primi giorni si vada attenuando, con il rischio di contrapposizioni tra categorie sociali. “La solidarietà ingenua del primo momento si fondava sull’aspettativa che sarebbe tutto passato in fretta. Invece siamo immersi nella terza ondata che per aggressività ed estensione ci sta quasi facendo rimpiangere la prima e la seconda. Per fortuna ora c’è il vaccino che nella nostra provincia ha un livello di somministrazione in crescita. Non ci immunizza, purtroppo, dalla mancanza di unità, che aggrava la situazione. Come in talune “narrazioni” che dividono l’opinione pubblica in ‘sommersi’ e ‘salvati’: i primi rischiano di passare per negazionisti perché spinti dalla disperazione economica; i secondi, più garantiti, fanno leva sull’argomento della salute senza però suscitare uno spirito unitario. Il rischio da evitare è quello di alimentare un crescente conflitto sociale. Peraltro, il fenomeno desta preoccupazione per la sua falsità. Vanno ribadite le parole di papa Francesco: “siamo tutti sulla stessa barca”.

 

Questi mesi stanno ricordando a tutti il valore della socialità, soprattutto bambini e giovani. Ci troviamo a confrontarci con una realtà che costringe ad essere sempre più soli, teme per gli effetti di questa condizione?
"Certamente la pandemia ha gravato, innanzitutto, sui soggetti più fragili. Non solo bambini e giovani, ma anche gli anziani. Il virus sta privando nonni e nipoti gli uni degli altri e le conseguenze non sono facili da misurare. Ma la solitudine fa parte dei fenomeni che l’emergenza sanitaria ha accelerato più che causato. La tendenza era già in atto, causata da spinte sociali ed economiche molto profonde: il Coronavirus ci ha forse aiutato a fare fino in fondo l’esperienza dei rischi e degli svantaggi di questi movimenti. La speranza è che questa esperienza abbia seminato una maggiore consapevolezza attorno all’importanza delle relazioni, ma lo scopriremo nei prossimi mesi”.