Com'è profondo il mare

Com'è profondo il mare

20.04.2015 - 13:01

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Era il 1977 quando Lucio Dalla, alla sua prima esperienza da cantautore, scrisse “Com’è profondo il mare”. Successo sfolgorante e profetico in cui al mare era affidato lo specchio della nostra cattiva coscienza, quella che avremmo abitato nei decenni successivi e che, in queste ore, continuiamo a riflettere con cinica indignazione: "È inutile/ non c'è più lavoro/ non c'è più decoro/Dio o chi per lui/ sta cercando di dividerci/ di farci del male/ di farci annegare/ com'è profondo il mare/ com'è profondo il mare". Il canale di Sicilia, ancora una volta, l'ennesima, si trasforma in un cimitero di morti senza volto e senza nome: invisibili, ultimi, privati dell'estrema dignità, quella di avere una sepoltura. Sono ormai più di trent'anni che il dibattito sull'immigrazione si svolge lungo retoriche, propagande e nuclei tematici sempre uguali a se stessi, dall'estrema destra all'estrema sinistra, passando dall'estremo centro, un luogo comune dopo l'altro. Per constatarlo basta entrare in un'emoreteca o in un archivio digitale e avere la pazienza di sfogliare un qualunque quotidiano dagli anni Ottanta in poi: cambiano i nomi dei protagonisti, ma non i nodi da sciogliere e gli argomenti con cui si pensa di farlo tra angeli serafini e sciacalli. Forse perché il problema c'è, ma "siamo noi/ siamo in tanti/ ci nascondiamo di notte/ per paura degli automobilisti/ dei linotipisti/ siamo gatti neri/ siamo pessimisti/ siamo i cattivi pensieri": e votiamo, sempre di meno, ma votiamo, un'elezione dopo l'altra, e proprio su questi temi si perde o si vince la partita per la conquista del potere. Lo sappiamo. Suggerisco di evitare in queste ore di riaccendere il dibattito per spegnerlo subito dopo in attesa della prossima ecatombe e di provare piuttosto a rispondere a una semplice domanda: i governi nazionali ed europei devono o no fare il massimo per evitare la morte seriale di questi uomini-pesce, non-persone, corpi del reato, disperati senza speranza? Dobbiamo impegnarci per davvero, soprattutto dal punto di vista economico, o possiamo continuare a indignarci un tanto al chilo, scrivendo articolesse "buoniste" o "cattiviste", ma sempre uguali a se stesse perché sclerotizzate nell'ideologia di argomenti ormai tutti usurati, e poi voltarci dall'altra parte? Il modo con il quale ci relazioniamo a queste stragi silenziose è misura del grado della nostra civiltà (italiana, europea, occidentale, globalizzata, cristiana, secolarizzata, post-moderna, multiculturale e chi più ne ha più ne metta) oppure no? Insomma: dobbiamo fare di tutto per salvarli, oppure non ci conviene farlo perché più muoiono e più si riduce il numero di quanti, una volta sbarcati, ci ruberanno il lavoro e ridurranno la sicurezza delle nostre strade e dei nostri figli? Solo rispondendo a queste domande in un modo o nell'altro e adottando comportamenti di governo conseguenti, la politica è in grado di recuperare un senso e una capacità di azione. Provo a rispondere per la parte che mi compete: non c'è niente di civile in un'Europa che resta a guardare l'ennesima strage di esseri umani. Chi la pensa così, ha il dovere di fissare una scala di priorità realistiche ed efficaci: la prima è evitare il ripetersi di queste tragedie, anche nella consapevolezza che affrontare il problema in questo modo, può far perdere voti in favore di chi lucra sulle stragi impedendo che l'emergenza sia gestita in modo unitario, nel quadro di una solidarietà nazionale ed europea comune. L'unica strada percorribile è aumentare i pattugliamenti nel canale di Sicilia perché è l'Unione europea tutta ad avere bisogno di un sistema di ricerca e di salvataggio più efficace. Costa? Costa. Ce lo possiamo permettere? Si, se lo vogliamo. Se siamo una civiltà e non un insieme disordinato di atomi in concorrenza fra loro, lo dobbiamo fare. Certo, nessuna operazione umanitaria, comunque la si chiami, è in grado da sola di evitare la morte di tutti i potenziali morituri e di sconfiggere interamente il mercato degli scafisti, ma l'impegno o il disimpegno, l'accettazione della sfida o il fatalismo, il rischio di perdere voti per una causa giusta rispetto al cinismo di conquistarne di più ma sporchi fanno la differenza. Migliaia di vite umane di differenza. In concreto: il programma "Triton", varato e gestito dall'Unione europea, oggi è del tutto inadeguato, mentre l'operazione "Mare Nostrum", promossa dal governo di Enrico Letta, all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, era più seria ed efficace. "Mare Nostrum" era un'azione di governo nazionale che l'Europa avrebbe avuto il dovere di fare sua e di rafforzare. Invece, si è fatto esattamente il contrario: l'intervento è stato depotenziato con "Triton" perché quel depotenziamento era la condizione di condivisione da parte dell'Europa. Sono cose che sapevamo e che abbiamo e stiamo colpevolmente accettando come Governo italiano e Partito democratico. Le due operazioni, infatti, sono differenti per mandato, numeri, bilancio e forze impiegate e inevitabilmente stanno producendo risultati ben diversi, rispetto alla priorità civile e politica che dovremmo stabilire. Lo scopo di "Mare Nostrum" era quello di salvaguardare la vita in mare e arrestare gli scafisti; il costo dell'operazione era di circa 9,5 milioni di euro al mese e sono stati soccorsi oltre 160 mila migranti e arrestati 366 scafisti. L'obiettivo di "Triton" non è quello di salvare vite in mare, ma di operare il controllo delle frontiere e quindi le navi dell'agenzia europea "Frontex" si mantengono entro le 30 miglia delle coste italiane senza spingersi verso le coste libiche come accadeva con i pattugliamenti di "Mare Nostrum". Con obiettivi così limitati non solo sono drasticamente diminuiti i salvataggi e gli arresti degli scafisti, ma logicamente anche le spese: il budget - per tutti gli Stati dell'opulenta Europa - è sceso a 2,9 milioni di euro al mese, il costo di tre appartamenti nel centro storico di Roma. E il ministro degli Interni di questo Governo si è addirittura vantato che tutto fosse "a costo zero", finalmente, per l'Italia. "È chiaro/ che il pensiero dà fastidio/ anche se chi pensa/ è muto come un pesce": fra "Mare Nostrum" e "Triton" c'è una differenza che vale, varrà un'altra ecatombe. Indignarsi non costa nulla, salvare vite umane sì. "Certo/ chi comanda/ non è disposto a fare distinzioni poetiche": proprio così, e allora mettiamo mano al portafoglio come italiani ed europei per salvare questi tritoni e queste sirene dal loro destino di morte nel nostro profondo mare. Altrimenti tacciamo, fino alla prossima strage.

miguel.gotor@senato.it

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