Il Pd chiamato a decidere guardando al bene di tutti

Il Pd chiamato a decidere guardando al bene di tutti

30.03.2015 - 21:21

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La direzione del Partito Democratico di oggi si pronuncerà sulla nuova legge elettorale che nel prossimo mese sarà votata dalla Camera dei deputati. Considerati i rapporti di forza in direzione il voto in quella sede appare scontato, poi il confronto si sposterà nelle aule parlamentari ed è facile prevedere che sarà particolarmente acceso. L'argomento è noioso e tende allo specialismo, ma chi si occupa di politica e avverte il dovere di non pensare soltanto all'oggi e agli interessi contingenti di una parte, ma anche al dopodomani e al buon funzionamento del sistema nel suo complesso, è consapevole che deve muoversi adesso e con grande determinazione, quando ancora può farlo. In primo luogo nell'Italicum non funziona il meccanismo dei 100 capolista bloccati che produrrà un parlamento a maggioranza di nominati. Infatti, le preferenze, che sono state inserite da Renzi e da Berlusconi in un secondo tagliando della legge, saranno usate da tutti i partiti, ma produrranno effetti elettivi soltanto per la lista vincitrice o quasi. Quindi chi sarà all'opposizione vedrà entrare in Parlamento solo i nominati dai partiti (esattamente come nel "Porcellum"), oppure i candidati scelti dal leader utilizzando il meccanismo delle dieci pluricandidature. Vi è inoltre una palese disparità di opportunità di partenza tra i candidati di una stessa lista presenti sulla scheda divisi in figli e figliastri: il capolista non si sottopone al vaglio dei cittadini, mentre gli altri competitori devono darsi battaglia per conquistare la preferenza degli elettori. E ancora: se il capolista bloccato controllerà "pacchetti" di preferenze che a lui non servono potrà determinare l'elezione anche del secondo e del terzo arrivato, dando vita a dei veri e propri feudi locali dentro un sistema monarchico di premierato assoluto senza adeguati contrappesi.

Il dato di fatto che la prossima Camera dei deputati sarà composta a maggioranza da parlamentari nominati non è accettabile soprattutto alla luce della riforma del Senato a cui il Parlamento sta lavorando.
In futuro, infatti, avremo una sola Camera politica, con un solo rapporto fiduciario con il governo e un Senato composto da eletti di secondo grado, scelti direttamente dai consiglieri regionali che decideranno fra loro chi farà l'assessore e chi il senatore e, dunque, potrà godere delle conseguenti immunità. Tutto ciò tenderà a impoverire ulteriormente la qualità della democrazia italiana che rischia di ridursi a un gioco di società fra nominati che inevitabilmente allargherà la frattura tra cittadini e istituzioni. Purtroppo il processo di verticalizzazione e di accentramento decisionale che si vuole introdurre non riuscirà a colmare quella spaccatura, in cui aumenteranno l'astensionismo e la frammentazione della partecipazione, e prospererà sempre più un ceto politico auto-referenzale, irresponsabile e asserragliato in un fortino.
Il secondo problema di sistema riguarda il ballottaggio che, così com'è configurato, rischia di funzionare più come una nuova elezione che non come un secondo turno vero e proprio. Questo ballottaggio all'italiana ha la particolarità di non eleggere direttamente una carica monocratica (un presidente della Repubblica, un sindaco), ma un organismo collegiale (il Parlamento) che parteciperà solo indirettamente al secondo, ma decisivo momento elettivo, quello che individua il partito vincitore e dunque il futuro presidente del Consiglio. Se è vero che a livello comunale il collegio così eletto lega la sua esistenza alle sorti del sindaco, noi non possiamo collegare in modo così esplicito le sorti del Parlamento ai destini di colui che detiene il potere esecutivo: ciò vorrebbe dire che stiamo costruendo un premierato arbitrario e privo di opportuna regolamentazione in termini di equilibri e contrappesi, che la nostra Costituzione, fino a prova contraria essendo ancora in vigore la democrazia parlamentare, non prevede.
Un premierato scaturito da una straordinaria iniezione maggioritaria, in cui un solo partito, che prende meno di un quarto o di un quinto dei voti al primo turno, può da solo, senza alcuna alleanza, conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.
Per affrontare questi problemi è decisivo rendere possibile l'apparentamento tra il primo e il secondo turno: ciò avrebbe l'effetto non solo di allargare la base elettorale della partecipazione al ballottaggio e di legittimare maggiormente la proposta di governo prevalente, ma anche di inserire un elemento di flessibilità nel sistema che potrebbe rivelarsi prezioso nel caso in cui un giorno al ballottaggio andasse una forza dichiaratamente anti-democratica e anti-costituzionale.
Infine l'assenza di un meccanismo di apparentamento favorirebbe l'affermazione di un partito, o per meglio dire di un listone indifferenziato, necessariamente neo-centrista, il solo perno di un sistema condannato inevitabilmente ad ampliare i suoi tratti consociativi e trasformistici e ad avere ai bordi opposizioni sempre più frammentate, identitarie e radicali. Ciò significa superare lo schema competitivo della democrazia dell'alternanza, che mi sembra costituire la conquista più preziosa dell'ultimo ventennio politico, per ritornare ai tempi della Prima Repubblica. Non sarebbe la prima volta nella storia d'Italia che la restaurazione del passato si presenta sotto le mentite spoglie della rottura e della promessa di un grande cambiamento senza aggettivi e colore. È quello che sta avvenendo anche oggi, ma non si sta considerando a sufficienza che questo nuovo assetto neo-centrista di un solo partito di governo pigliatutto come ai tempi della Dc, si realizzerebbe senza però che ci siano più le condizioni storiche che hanno consentito a quel sistema di funzionare per quasi cinquant'anni: la Guerra fredda come fattore di stabilizzazione di un bipolarismo senza alternanza, partiti strutturati e un sistema proporzionale e dunque interamente rappresentativo.
Se oggi nella direzione nazionale del Pd non si troverà un'intesa che valorizzi l'unità del partito si commetterà un errore gravido di conseguenze. Spero però che i singoli deputati non si dimentichino che in virtù dell'articolo 67 della Costituzione essi hanno il dovere di rappresentare anzitutto la Nazione: e non si tratta di difendere la libertà di coscienza, ma di affermare la necessità politica di tutelare gli interessi comuni e indivisibili della democrazia italiana.

miguel.gotor@senato.it

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