L'Ue fa la parte della matrigna

L'Ue fa la parte della matrigna

26.01.2015 - 11:55

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La Grecia poteva essere salvata nel 2010 con poco più di 100 miliardi di euro, un intervento risoluto che avrebbe arginato la crisi e soprattutto evitato l'effetto contagio che continua a minacciare la stabilità dell’euro. Un’eventualità drammatica che rischia di condannare al fallimento l’intero progetto europeo, il destino storico e l’orizzonte ideale (presente, passato e futuro) di un continente uscito in macerie dopo la Seconda guerra mondiale. La vicenda ellenica ha rivelato al mondo il cuore dell'attuale debolezza europea: una moneta unica forte che è accompagnata da un governo federale ancora troppo debole. La Grecia ha fatto emergere anche una sostanziale contraddizione politica: la progressiva integrazione fiscale a livello europeo dovrà produrre necessariamente una crescente integrazione democratica nel segno della partecipazione e della responsabilizzazione altrimenti si rafforzeranno sempre di più presso le opinioni pubbliche nazionali posizioni di rigetto anti-europeo di carattere anti-fiscale e xenofobo. Opinioni pubbliche che vivono l'Europa non più come una soluzione, ma come un problema, se non addirittura la causa principale di tutti i loro mali, materialmente rappresentati dal simbolo sonante dell'euro, maneggiato quotidianamente nelle tasche sempre più vuote della maggioranza dei cittadini europei. Non si tratta di ideologia, ma di avere l'onestà di riconoscere gli errori pratici commessi inseguendo una balzana dottrina in base alla quale, come ha scritto Alfredo Reichlin, "i mercati governano, i tecnici gestiscono e i politici vanno in televisione", trasformandosi da persone in personaggi. E quando sorge il personaggio, tramonta la politica e si afferma al suo posto la dittatura virtuale della comunicazione. In verità le politiche rigoriste si sono rivelate un fallimento alla prova dei fatti: dopo sette anni di crisi i debiti pubblici non sono diminuiti, ma ovunque aumentati, la disoccupazione, in particolare quella giovanile, è cresciuta e l'economia reale si è depressa. Ad esempio, l'Italia oggi è purtroppo messa davanti a una triste alternativa, quella fra recessione e stagnazione. Con la Grecia l'Europa a trazione tedesca ha sbagliato perché invece di prodursi in un intervento forte e deciso da condividere fra tutti gli Stati membri ha preferito, sul piano economico, perdere tempo e centellinare gli aiuti e, su quello politico e ideologico, applicare la tagliola e la pedagogia dell'austerità, affinché la tragedia greca funzionasse da monito per tutti gli altri Paesi del continente. L'inazione ha avuto un costo perché la ricchezza finanziaria bruciata in questi anni dalle principali borse europee è stata molto più alta di quanto sarebbe servito per mettere in sicurezza la Grecia se si fosse agito in tempo. Naturalmente il popolo greco è stata la principale vittima di questa strategia miope e cinica, che, sul piano economico, ha visto peggiorare la situazione con un debito pubblico fuori controllo, una recessione sempre più galoppante e una miseria crescente che ha coinvolto anche il ceto medio. Ma anche dal punto di vista politico, nel giro di tre anni, non sono mancati effetti dirompenti che dovrebbero costituire un ammonimento per le principali democrazie europee, a partire dall'Italia. Anzitutto si è verificata la disintegrazione di una forza storica gloriosa del riformismo europeo come il Pasok, il partito socialista greco. Il suo leader George Papandreou, nel 2011, quando era primo ministro, denunciò il buco di bilancio prodotto dai governi di destra e provò a celebrare un referendum sull'adesione o no alla dottrina dell'austerità che venne demonizzato dall'establishment europeo. In secondo luogo si è realizzata un'inevitabile radicalizzazione del quadro politico con l'affermarsi, a destra, di un partito di ispirazione neo-fascista come Alba dorata e, a sinistra, di un nuovo partito di ispirazione socialista democratica come Syriza. Oggi il successo di Syriza in Grecia costituisce l'ultima speranza di un possibile riscatto: non solo della sinistra ellenica o di quella continentale, ma dell'intera Europa. Spero che il Partito Democratico se ne renda conto e assuma il giovane leader Alex?s Tsipras, coetaneo di Matteo Renzi, come suo interlocutore privilegiato per un progetto europeista alternativo da far crescere insieme nell'interesse comune dell'Europa. Per salvare la moneta unica e insieme con lei il progetto europeo sono necessarie una massiccia politica di investimenti pubblici, che siano scorporati dal calcolo del deficit, e un'Europa più solidale e unita, lontana sia dalle politiche dei piccoli passi (e solo se necessari) dei conservatori, sia dalle urla sguaiate e dalle inaccettabili semplificazioni dei populisti e degli estremisti di ogni risma. Altrimenti sarà il baratro, che equivarrà a un salto nel buio per ognuno di noi.

miguel.gotor@senato.it

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