“Lo voglio, sii sanato”

“Lo voglio, sii sanato”

15.02.2015 - 11:37

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A noi oggi risulta difficile comprendere la pesantezza e la gravità di una malattia come la lebbra. Una malattia che non solo sfigura nella carne ma che pure crea una grave forma di emarginazione sociale, considerato l'elevato grado di contagiosità che essa porta con sé, soprattutto in epoche passate dove i ritrovati ultimi della scienza e della medicina erano ancora ben lungi dall'essere immaginati. Cosa che purtroppo avviene ancor oggi in una ventina circa di Paesi del mondo, dove la situazione è talmente endemica che si manifesta un nuovo malato ogni tre minuti. Ignoranza sulla malattia e povertà strutturale sono le cause principali della diffusione di questa malattia, che nel passato ha dovuto fare i conti soprattutto con la peggior forma di ignoranza: quella che portava a ritenere che il malato di lebbra fosse un impuro, un peccatore, un essere maledetto da Dio. Vigeva il concetto di "retribuzione divina", quindi chi si ammalava di lebbra aveva certamente commesso qualcosa di veramente grave nei confronti di Dio, perciò andava allontanato dalla comunità, fino a quando fosse eventualmente guarito con la Grazia divina.
Il brano di Levitico (Lv 13, 1-2.45-46) nella prima lettura di oggi è emblematico di questa mentalità, portata talmente all'eccesso da creare un reietto e un escluso anche solo al primo ipotetico sintomo della malattia. Era sufficiente anche solo essere sospettato di una piaga di lebbra per essere condotto alla presenza del sacerdote che ne decretava l'esclusione e di fatto la morte sociale.
Il malato doveva proclamare la propria impurità gridandola ai quattro venti. E allora la misericordia e la vicinanza al malato che Dio indubbiamente non può far mancare? il Dio fatto uomo, fatto carne, e quindi fatto pure sofferenza e malattia, si abbassa dai cieli, si spoglia della sua assoluta trascendenza e si avvicina all'uomo sofferente toccandolo, entrando in contatto con lui. Non dimentichiamo che il contatto fisico con il lebbroso comportava per la Legge di Mosè l'esclusione dalla comunità, indipendentemente dal contagio contratto o no, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti. Gesù condivide a tal punto la condizione del lebbroso e si fa talmente carico di lui che non solo accetta di guarirlo e di reintegrarlo nella società ma si sostituisce a lui facendosi escluso, emarginato, lebbroso al suo posto. Il brano di Vangelo di oggi (Mc 1,40-45) ribadisce un concetto molto chiaro, anche se difficile da accettare: o la nostra cura nei confronti delle persone che soffrono diviene totale assimilazione alle loro vicende umane, totale condivisione del loro dolore in vista di una reazione, di una redenzione, magari anche di una guarigione, o altrimenti qualsiasi cosa facciamo diventa una pura azione pietistica, che sia pur lodevole e compassionevole, rischia di essere inefficace e soprattutto poco cristiana. Spesso consideriamo le persone escluse come castigate da Dio. Purtroppo questa idea del Dio che castiga e ci castiga ancora non siamo riusciti a sradicarla del tutto dalla nostra mentalità. Il Dio della Vita si è piuttosto fatto carico delle molte sofferenze che la natura umana porta con sé, perché l'umanità sapesse che c'è un Dio che nella sofferenza, nella malattia, nella prova, non solo non la abbandona, ma vuole profondamente che quest'umanità si risollevi. L'affermazione del Vangelo di oggi "Lo voglio, sii sanato" ha una portata di grandissima speranza per ognuno di noi, in particolare per l'umanità che soffre.
Con la collaborazione di Andrea Grippo

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