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"Ce l'ho più grosso del tuo"

Guido Barlozzetti
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Adesso lo sappiamo ufficialmente, la partita si gioca fra due pulsanti. E non si tratta di un videogame con il joystick in mano fra due compulsivi della tecnologia, perché i due giocatori sono il Presidente degli Stati Uniti d'America e il capo supremo, unico e indiscusso, della Corea del Nord Kim Jong-un. Ha aperto lui il botta e risposta, nel tradizionale discorso di Capodanno di fronte all'immensa platea dei fedeli: “Gli stati Uniti devono sapere che il pulsante per le armi nucleari è sul mio tavolo”. Un paio di giorni ed è arrivata la risposta di Donald Trump, attraverso un più prosaico e quotidiano tweet: “Il mio pulsante nucleare è più grande e potente del suo. E il mio funziona”. Se serviva chiarezza, è arrivata. Ora, lo sappiamo di cosa si tratta, del pulsante, di quello che se lo premi viene fuori il fungo atomico più grande e catastrofico che si sia mai visto. E pare di vederli i due contendenti, seduti nella plancia di comando, ciascuno avendo a portata di mano, anzi di dito, il marchingegno che può scatenare il disastro mondiale. In attesa, le antenne che si allungano per capire le intenzioni dell'avversario, come in una partita a scacchi, solo che qui non ci sono mosse e contromosse, si va subito al sodo, si preme una volta per tutte e arrivederci e grazie. Devo dire che Donald, come al solito, ha avuto il pregio della sincerità, ha detto come stanno le cose, anche se qualche sospetto l'avevamo. Il suo pulsante, ha spiegato, è più grande e potente di quello di Kim e, a differenza del suo, funziona! Vogliamo convocare analisti e interpreti dell'inconscio del potere per capire la posta in gioco? Vogliamo distendere i due competitors sul lettino per interrogare i sintomi e arrivare alla sostanza? Non c'è bisogno di letture raffinate, Donald è stato esplicito nel gioco delle iperboli, a chi la spara più grossa, come accadeva in certe barzellette fra machi dove ogni volta l'uno rilanciava la sfida provocando la reazione dell'altro in una spirale fuori controllo, o nei monologhi di Petrolini-Nerone su “Roma più bella e più grande che prima”. Trump ha messo un punto, il suo pulsante non teme confronti, è il più grosso e potente del reame, di tutti i reami, e funziona. Non fa cilecca, ogni botta, dicono a Roma, una tacca, mai uno sfarfallio a vuoto, un'esitazione flaccida, un pulsante barzotto che sul più bello tradisce e ti rovina la performance. Perché qui di performance si tratta, tra il maschio in uniforme con capello spalmato della Corea del Nord e quello con l'indecifrabile chioma rossa che non ha mai fatto mistero della sua capacità di conquista e del diritto a premere il pulsante, che sia orizzontale o verticale, che compete a chi può e che per virtù naturale sta al di sopra della comunità dei mortali alle prese con le fragilità del maschile. Certo, attorno a loro, ci saranno consiglieri speriamo non del tutto zelanti, stuoli di analisti e previsori pronti a descrivere scenari e risultati delle decisioni che prenderanno, un nugolo di marescialli tutti uguali e tutti sorridenti per Kim, un cestone di teste d'uovo per Donald, magari con la supervisione di Melania, in lamé rosa con ricami di pailletes floreali. Ma, alla fine, il dito o il ditone è e sarà il loro. Nel 2018 in Corea del Sud si svolgeranno le Olimpiadi invernali. Kim ha fatto capire che potrebbe partecipare. Si può sperare che lui e Donald si alzino dal tavolo con il pulsante e risolvano il braccio di ferro con un bello slalom parallelo, chi vince vince e chi perde perde!?