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L'America nera di Suburbicon

06.12.2017 - 16:15

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Suburbicon è un'idilliaca cittadina americana alla fine degli anni Cinquanta. Un pacifico reggimento di villette a schiera, Suburbicon custodisce famiglie felici e spensierate, amore, frugoletti, decoro, pratini pettinati. Ma l’apparenza non deve ingannare. Basta che nel paradiso arrivi una famiglia nera per mandare in cortocircuito i benpensanti e basta entrare in una delle casette per capire che i buoni sentimenti nascondono ipocrisie, violenza, raggiri, crudeltà a non finire.
Suburbicon è un film diretto da George Clooney ed è tratto da un vecchio copione dei fratelli Cohen, sulfurei osservatori dello spirito americano. Una favola nerissima che, a dispetto delle date, parla dell’attualità e delle sue maschere terribili.
Senza generalizzare, ci pare non solo un metafora, ma un laboratorio da cui guardare l’America e quello che vi sta succedendo. A cominciare da un’altra Casa, quella in cui risiede il Presidente degli Stati Uniti, che da quasi un anno si chiama Donald Trump. Ora, a Donald si possono fare tutti gli appunti che si vogliono, ma non si può dire che sia un uomo che non mantiene le promesse. Aveva annunciato di voler chiudere le frontiere agli indesiderati che minacciano la quiete degli inquilini di quelle casette a schiera, delle farm disperse nel ventre degli Usa e dei sobborghi degradati dove si raccolgono gli espulsi da quello che avrebbe dovuto essere l’American Dream? Bene, dopo una lunga procedura, la Corte Suprema ha sancito che può entrare in vigore il Muslim Ban, il divieto d’ingresso per i cittadini di sei paesi a maggioranza musulmana. Mancano ancora alcuni adempimenti, ma il muro promesso comincia ad essere tirato su. Non solo, il Presidente, tanto per gettare acqua sul fuoco che rischia di divampare nel Medio Oriente, ha fatto un altro annuncio: il possibile spostamento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ciò che implicherebbe un riconoscimento di fatto della capitale del paese.
Una decisione che rischia di alzare ancor più un livello di tensione di per sé già altissimo. Vero è che, nella sua Casa, Donald procede imperterrito, senza mezze misure e secondo un principio brutale di efficienza che al detto fa seguire il fatto.
Così, il paradiso si chiude su se stesso, a protezione della sua ricchezza minacciata, innalza barriere verso l’esterno e divide il mondo fra i buoni e cattivi da tenere lontani e, nel caso alzassero le pretese, distruggere. Non basta, perché nel Paese in cui la Vita e lo Spettacolo si intrecciano in modo indissolubile e la finzione diventa più vera della realtà, si è aperta un’altra crepa.
Ricorderete lo scandalo legato a Harvey Weinstein, il satiro bulimico di Hollywood, ebbene l’ondata di sdegno si è abbattuta sui perversi del sistema e ha trangugiato anche il protagonista di House of Cards, Kevin Spacey. Sull’attore si è riversato un fiume di rivelazioni - tutte a scoppio ritardato secondo un costume non certo lodevole - che lo accusando molestie, abusi e festini disonorevoli. E allora ecco la produzione della serie che decide di sloggiarlo dalla Casa Bianca, non sarà più il Presidente Frank Underwood e lascerà il campo alla moglie Claire/Robin Wright. Insomma, è un’America doppiamente nuda quella che stiamo vedendo. Un’America che dietro al quadretto pastello manifesta la logica della forza e del più forte. E, insieme, un’America che toglie il velo dell’ipocrisia e colpisce i reprobi. Due facce diverse, ma su entrambe le quali si allunga il rischio del leaderismo tracimante e della maggioranza silenziosa che prevarica e crea un nuovo, minaccioso, conformismo.

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