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Le battute maldestre della media politica

30.03.2017 - 11:53

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Chi si occupa di politica deve misurare bene le parole, ma anche chi ascolta deve capire bene. Terreno minato e dunque su cui muoversi con grande attenzione, come dimostrano le polemiche di questi giorni. In testa a tutte, quelle che hanno coinvolto Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo, accusato di avere sostenuto che i paesi del Sud sperperano denaro in donne e alcol, e invitato a lasciare il posto per aver offeso in modo vergognoso un pezzo d'Europa.
E invece? Invece, il presidente aveva fatto sì l'esempio, ma l'aveva riferito a se stesso: "ho detto che non posso aspettarmi che se spendo i miei soldi in modo sbagliato, posso poi chiedere aiuti finanziari". Ha aggiunto di non avere intenzione di dimettersi e si è dispiaciuto se qualcuno si fosse sentito offeso, ricordando che la colpa, se così si può chiamare, è della "rigida cultura olandese, calvinista", immediata e senza giri di parole.
Ora, potremmo prendere il riferimento e fare un distinguo tra la cultura olandese, morigerata e rigoristica, e quella cattolica - ahi, i paesi del meridione del continente - sempre portati a lasciarsi andare e semmai a confessarsi per liberarsi dei peccati. Ed è probabile che nel riportare le parole di Dijsselbloem abbia agito un retropensiero che ha fatto sì che qualcuno si sentisse direttamente investito dal paragone del Presidente e, con un rovesciamento interessante dal punto di vista analitico, lo abbia riferito a se stesso. Non a caso le proteste sono arrivate tutte dal Sud, dall'Italia in particolare, come se quella frase fosse diventata immediatamente un rilievo mirato sulle nostre abitudini. Ci siamo subiti sentiti tirati in ballo, abbiamo sentito parlare di "donne e alcol" contrapposti a un modello di vita regolato e parsimonioso, e invece di fare mea culpa o quanto meno un esame di coscienza, siamo partiti lancia in resta, aggredendo il malcapitato fustigatore dei nostri costumi.
Inaccettabile, insopportabile, quest'olandese ce l'ha con gli italiani brava gente e si permette di sputtanarli senza un briciolo di educazione, se ne vada, via, sparisca dalla circolazione.
Peccato per il riflesso condizionato di chi si sente chiamato in causa e, dunque, rivela quella che nella cultura contadina si chiama "coda infarinata", la coda del gatto che, nonostante i tentativi di nascondersi, denuncia le sue malefatte. E peccato per l'ardore con cui le reprimende sono state urlate. Almeno proporzionale alla rivendicazione che la contestazione comporta di un galateo di vita che dovrebbe essere costumato e irreprensibile.
Ieri, il ministro Poletti ne ha fatta un'altra. Dopo la battuta sui ragazzi che vanno all'estero, "alcuni è meglio non averli tra i piedi", adesso le cronache e gli avversari hanno preso al volo una dichiarazione secondo cui "meglio giocare a calcetto che inviare curricula". Anche qui, se si va a vedere il contesto del discorso, la frase acquista un senso che la ricolloca in un ragionamento sulla fiducia da conquistare e sulla necessità di uscire all'aperto e rischiare. Solo che la media-politica non perdona. Inutile chiederle di essere prudente, di ascoltare con attenzione, di leggere e rileggere, no, non ha tempo e si alimenta di un gioco perverso di battute - a volte certamente maldestre, ancor più in caso di recidiva - che diventano slogan da rovesciare su chi le ha pronunciate, esposto al ludibrio universale.
Il problema è che i politici ormai parlano come se dovessero fare loro i titoli dei giornali e che i giornali li trattano come battutari con cui sparare un titolo. E' un circolo vizioso a cui a rimetterci è il discorso, la qualità del discorso e del rapporto che si stabilisce tra chi parla (urla) e chi (non) ascolta.

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