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Una sindaca depensante

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Jacopo Barbarito
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Si potrebbe fare una rubrica con le parole che segnano la giornata, quelle che sorprendono per la novità e l'inventiva. Bene, la parola di oggi è “depensante”. Secondo Vittorio Sgarbi sarebbe questo l'epiteto di cui Beppe Grillo avrebbe gratificato la sindaca (altra parola da mettere nell'archivio) di Roma, nel corso di una telefonata con lui. Lo rivela proprio il critico durante un'intervista radiofonica via telefono - è bene precisare i passaggi e gli snodi mediatici - in cui conferma di avere una registrazione di quanto detto e che lo scambio con Grillo è avvenuto prima dell'iscrizione della Raggi sul registro degli indagati (dopo di che Grillo avrebbe fatto dietrofront e si sarebbe imposto una strategia giustificazionista volta a difendere a oltranza il primo cittadino/la prima cittadina della Capitale). Ora, sappiamo quanto l'illustre critico d'arte abbia una straordinaria capacità di cogliere l'attimo fuggente della comunicazione e di alimentarne il fuggevole e vorace flusso con la sua presenza e le piroette delle sue provocazioni (non necessariamente quelle urlate con i denti digrignati e il contorno caprino), ma non sembra probabile che la storia possa essere ricondotta a una sua estemporanea invenzione. Sarebbe un boomerang troppo pericoloso rispetto al quale è difficile immaginarsi una capriola dialettica che possa metterlo al riparo del colpo. Dunque, dobbiamo prendere per buono l'attributo che Grillo avrebbe coniato per la “sua” sindaca, di cui - aggiunge Sgarbi per completare e rafforzare il resoconto - “avrebbe detto tutto il male possibile”. “Depensante”, dice il leader dei Cinquestelle (ormai è un solo termine), il “de” che toglie e nega quello che dice la parola successiva, “pensante”, come accade abitualmente nella lingua italiana in tantissimi casi: de-motivato, de-cerebrato, de-nutrito, de-composto, de-vitalizzato, de-secretato... Quindi, stando alla lettera “depensante” vale come “non pensante”, privo della capacità di pensare e di tutto quello che associamo al pensare, e cioè ragionare, riflettere, meditare, considerare, dedurre - o se si preferisce - indurre. Non pare esattamente un complimento. Semmai, l'unica consolazione per la vittima dell'epiteto, può essere la considerazione che Grillo abbia voluto usare un eufemismo, potendo scegliere sinonimi di assai più immediato impatto, presi direttamente dal gergo della quotidianità e della piazza, che certo non si diletta con un ghiribizzo retorico, un'acutezza, avrebbero detto i poeti baroccheggianti, come appunto questo “depensante” elargito in quella che avrebbe dovuto essere la camera caritatis di una telefonata. Sono andato a guardare sui dizionari. Sul Treccani, “depensante” sta per “privo della capacità di pensare con la propria testa, preferendo conformarsi al pensiero di altri”. Tra l'altro, si scopre che proprio Sgarbi aveva usato il termine almeno in due occasioni: la prima, quando aveva rivolto il complimento a Riccardo Illy, di cui era competitor elettorale, apostrofandolo con un “figlio di papà depensante”, la seconda, indirizzandolo all'assessore alla Cultura di Firenze Giovanni Gozzini che non aveva concesso lo sconto sulle affissioni in occasione della sua mostra sull'omosessualità “Vade retro”: “Ci avevo parlato per telefono e non mi era sembrato depensante”. Non finisce qui, l'ultima chiosa arriva da Paolo Crepet che abituale psico-ospite in salotto tv manifesta compiacimento per l'aggettivo e aggiunge: “Secondo me la Raggi pensa, è quello il problema”. Personale constatazione, ancorché a rischio di genericità spocchiosa. Credo che l'unica categoria che esca malconcia da questo rimbalzo tra telefoni e tv sia quella del “pensante”. Il “de” non smette di eseguire il suo compito quotidiano.