Com'è difficile spiegare

Com'è difficile spiegare

18.01.2017 - 11:13

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Cerchiamo una spiegazione. Succede ogni volta che un accadimento si presenta all’improvviso con una violenza così estrema e cieca da sconvolgere il quadro, rivelare una crepa terribile e confermare, forse, un oscuro presentimento. Figli che uccidono i genitori, è la sintesi brutale dei titoli sul delitto compiuto dai due ragazzi sedicenni di Pontelangorino, nel Ferrarese, il figlio che lo ha progettato e l'amico che lo ha compiuto.
Cerchiamo una spiegazione e convochiamo chi ha i saperi e le esperienze che dovrebbero servire a trovare un filo. Lo psicologo, lo psichiatra, il sociologo, il preside, il criminologo, il magistrato dei minori, il prete.., parlano, discutono, a volte si contestano l’uno con l’altro, e ne ricavi una doppia impressione sul modo di porsi rispetto alla vicenda, da un lato, la preoccupazione di non generalizzare, perché quel caso è quel caso, con la singolarità irriducibile di una situazione specifica, dall'altro, il contrario, e cioè una sorta di procedimento indiziario che, pur riconoscendo la particolarità di quello che è successo, vi ritrova i segni, i sintomi, le evidenze di un malessere diffuso, di una contraddizione che riguarda il tessuto profondo dei rapporti, una lacerazione che taglia le generazioni. Sono mostri quei ragazzi oppure portano all'estremo qualcosa che è diffuso e non appartiene soltanto a loro? Impersonano una patologia o ci sbattono in faccia un orrore che ci riguarda tutti? Si discute, chi professando sgomento, chi applicando con sicumera i propri paradigmi, chi - a volte capita - confessando una responsabilità, perché il ruolo dell’esperto o del competente può diventare un alibi e far dimenticare che un professionista ha anche una collocazione sociale e familiare che lo attraversa e con cui dovrebbe fare i conti. E' bene sottolinearlo, perché in questa storia forse con troppa disinvoltura ci si siede su una poltrona in uno studio tv o davanti a un computer per tirare giù “comodamente” la propria opinione. Come sto facendo in questo momento, mentre sto scrivendo quello che state leggendo.
Alla fine si resta storditi, come è fatale che sia quando la spiegazione non può che constatare la propria impotenza di fronte alla complessità della vita, alla molteplicità delle sue facce, all’illusione perbenista con cui troppo spesso facciamo finta di non vedere e non sentire, e facciamo di tutto per non far crollare il quadretto. Oppure, al contrario, ci abbandoniamo alla deriva catastrofica, dello sfascio a tutti i livelli, della decadenza inarrestabile, della crisi irreversibile.
Non ho spiegazioni e non lo dico per negare l’impegno e la competenza di chi prova a darne una, a svolgere un ragionamento che sottragga alla spirale distruttiva delle emozioni a pelle, della pancia che rigurgita forse con la stessa rabbia e indifferenza che poi troviamo in certe efferatezze.
Voglio soltanto limitarmi a dire che invece delle parole distanti e astratte che riempiono questa comunicazione “alla moda” sui delitti - figli che uccidono i padri e le madri, madri che uccidono i figli, mariti che uccidono le mogli, spasimanti che massacrano donne che dicono no... - bisognerebbe impegnarsi a dare più spessore alle nostre parole, nei contesti più vari e diversi in cui ci troviamo, a casa, nell'aula di una scuola, sul posto di lavoro, nella strada, a un semaforo..., a recuperare l’esperienza dei sentimenti rispetto all’artificialità del virtuale. E soprattutto a liberarci della comodità delle formule e degli schemi per ricordarci di quanto la (nostra) vita non sia e non possa essere un teorema o un’equazione infallibile.
Ma forse, per quanto a rovescio, anche questa è solo una consolatoria e anche un poco moralistica.. spiegazione.

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