Un Paese spaccato?

Un Paese spaccato?

14.12.2016 - 12:22

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Un Paese diviso? Il Sì e il No del referendum sono il segnale evidente di una spaccatura o l’effetto di un sisma che ha ragioni profonde? Ancora ieri la Lega e il Movimento Cinque Stelle non hanno partecipato alla seduta e hanno annunciato manifestazioni in piazza, nel segno di una contrapposizione frontale al Palazzo.
Lo confesso, non riesco a capire. Non riesco a capire quanto stiamo all’interno di una retorica del conflitto, il Palazzo contro la Piazza, i Partiti contro i Movimenti, la Politica contro l'Antipolitica, amplificata dai giornali e dalla televisione che hanno il potere rischioso di ricondurre la complessità alla semplificazione di parole d'ordine, e quanto invece - o insieme - sotto questa crosta delle ritualità istituzionali, degli strepiti sparati e urlati, ci sia la sostanza reale di un Paese scisso. Tra chi e chi non ha. Tra chi ha e non è contento di quello che ha e chi non ha niente.
Tra chi si sforza di capire e chi ha deciso che capire è solo un lusso e una connivenza. Tra chi ha paura di un salto nel buio e chi invece è convinto che è giunta l'ora di una svolta radicale. Tra chi si chiude nel perimetro della sua tranquillità e chi non sa nemmeno cosa sia. Tra chi crede che la politica sia la mediazione necessaria e chi invece pensa che la mediazione coincide con la corruzione e la casta degli addetti. Tra chi crede che lo Stato e i partiti non siano la stessa cosa e chi ha fatto di tutto per degradarli l'uno sugli altri. Tra i giovani che si vedono davanti un tunnel senza uscita e gli anziani che tremano per la pensione o non ce l'hanno e, se ce l'hanno, non basta. Tra i giovani che non lavorano e quelli che vanno all'estero per far valere un titolo di studio. Tra il Nord e il Sud, vorrà pur dire qualcosa se il sì trionfa in Trentino Alto Adige e crolla in Sicilia, Campania e Sardegna. Tra chi ha una sia pur flebile speranza e chi non ce l'ha. Tra chi invoca equilibrio e chi pensa che il tempo dell'equilibrio è finito e resta solo la rabbia. Tra chi è solidale con gli altri e chi non può permetterselo e si rinchiude nell'egoismo dell'indigenza. Tra chi arriva sognando una mèta e chi le mete non le vede più. Tra chi ricorda il passato e chi vive nello smarrimento del presente.
Sarà un'impressione, ma sento che le ragioni per stare insieme sono fortemente e sempre di più insidiate dalle pulsioni a dividere e separare, e che la politica rischia di implodere fra il tatticismo delle formule e dei compromessi e il massimalismo che non vuole più aspettare.
Adesso c'è un governo, sarà di transizione, di scopo, a tempo determinato, per carità, farà quello che potrà, magari una legge elettorale, ma la percezione crescente è dell'esile paravento a cui si è ridotta una politica che ha perso occasioni, ha parlato e non ha realizzato abbastanza per invertire l'umore montante della crisi e delle difficoltà che hanno allargato a macchia d'olio l'esercito di chi stava bene e non ce la fa più e dei poveri.
I dati più recenti - dati, non interpretazioni - dicono che quasi l'8% degli italiani si trova in una condizione di povertà totale, quattro milioni e seicentomila a fronte dei due milioni di dieci anni fa. Un macigno di fronte al quale rischiamo di ritrovarci con risposte congiunturali e di corto respiro o con il grido brutale di chi auspica palingenesi immediate e aspetta l'occasione per regolare i conti.
Una volta si parlava di riformismo - con tutto il corredo di razionalità progrediente e di laicismo social-liberale - mi pare un ricordo molto minoritario che non so interpretare se come un arnese fuori tempo massimo o un seme stremato che cova sotto il freddo invernale in attesa del futuro.

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