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Onde sismiche e onde mediatiche

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Jacopo Barbarito
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Nel 1759 il terremoto disastroso che distrusse Lisbona diede occasione a François Marie Arouet detto Voltaire di scrivere un pamphlet in cui attaccava l'opinione filosoficamente diffusa secondo cui si viveva nel migliore dei mondi possibili e che tutto andava bene. Anche le catastrofi e le guerre che mietevano vittime andavano riportate al grande giro delle cose, dove quello che adesso sembra pernicioso, rimesso in una prospettiva di lunga durata rivela un aspetto benefico e positivo per lo sviluppo dell'umanità. Progresso a ogni costo, garantito da Dio che non può tollerare di aver creato qualcosa che ne mini la perfezione. Voltaire, spirito critico dell'illuminismo, se la prendeva con il provvidenzialismo e la giustificazione di tutto, rivendicando l'esistenza del male e di un ordine delle cose meno ordinato e antropocentrico di quanto gli uomini si illudessero che sia. Questa riflessione diede luogo allora ad un vivace dibattito e mi è tornata in mente in queste reiterate occasioni in cui il terremoto è venuto rovinosamente a ricordarci la nostra fragilità. Siamo appoggiati, momentaneamente allocati, sulla crosta di un pianeta di cui non conosciamo non dico le profondità ma nemmeno gli strati che stanno sotto i nostri piedi. Sarebbe bene ricordarselo e metterci in testa che la Terra nei suoi sommovimenti non si dà particolarmente cura di chi la percorre nella sua scorza esterna e pensa di dominarne con la tecnica gli umori peggiori. Per questo resto ogni volta stupito dalla ripetizione di certi riflessi condizionati che le repliche del sisma non attenuano ma addirittura accentuano. Questi stucchevoli dibattiti sulla previsione, per cui qualcuno dovrebbe alzarsi su forte degli studi e delle osservazioni e annunciarci l'ora e la data della prossima catastrofe. E' incredibile, continuiamo a chiedere al professore di turno se tutto il macello che è accaduto fosse prevedibile. Prevedibile? La scienza opera in modo statistico sulla base delle serie di dati che si accumulano da un anno all'altro e sulla base di quelle individua le zone a rischio sismico e le percentuali di possibilità. E' il passato che aiuta a circoscrivere un possibile futuro tellurico. E il terremoto arriva e per parecchio tempo continuerà ad arrivare sorprendendoci e, purtroppo, spazzando via le nostre casette e le nostre città. Fatalità allora? No. Siamo fragili, ma non inermi. Sappiamo i rischi e sappiamo che le nostre casette e le nostre città sono fragili, un motivo sufficiente per cominciare a fare ricognizioni strutturali e cominciare per quanto possibile a mettere in sicurezza. La Chiesa, dal Papa a qualche vescovo, ha detto che la colpa non è della natura ma degli uomini. Io non sarei così manicheo, è vero gli uomini hanno colpe gravi, gravissime, hanno la memoria corta, non si ricordano dei pericoli fino a quando non ci cadono dentro e spesso, troppo spesso, pensano al proprio particolare e non ragionano in termini di responsabilità personale e collettiva, di condivisione, di quell'interesse generale che, certo, tocca allo Stato garantire e proteggere, ma che non esiste senza la consapevolezza attiva e la sollecitudine di ciascuno di noi. Gli uomini sono responsabili, certo, ma nella responsabilità - e questo mio pare che il susseguirsi dei cataclismi lo stia producendo - ci sta e ci deve stare la coscienza della fragilità, della caducità cui siamo esposti e su cui si fondano le sorti nostre che ci illudiamo siano sempre magnifiche e progressive. Non deve essere un alibi, guai, deve essere un ulteriore motivo per tenere alta la guardia e per fondare sulla debolezza la forza, in questo eroica, della nostra umanità. In questo, sì, più forte dei terremoti e della frenesia ansiogena e a volte provocatoriamente scoopistica delle onde mediatiche.