Erri, Voltaire e la democrazia

Erri, Voltaire e la democrazia

21.10.2015 - 14:37

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Erri De Luca è stato assolto dall’accusa di istigazione al sabotaggio “perché il fatto non sussiste”. Nessun reato d’opinione e, dunque, salvaguardato il dettato dell’articolo 21 della Costituzione secondo cui “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Lo scrittore ha sempre ribadito la sua posizione, la rivendicazione della libertà di esprimersi accompagnata dalla sottolineatura che la parola “sabotaggio” rimanda alle migliori manifestazioni di esperienze esemplari - e certamente non violente - come quelle di Gandhi e Nelson Mandela. E, dopo il verdetto, ha confermato che continuerà a battersi perché l’alta velocità sia bandita dalla Val di Susa. Ora, la parola di Erri De luca è la parola di Erri De Luca, così come la sua fermezza di fronte al procedimento che gli è stato intentato. Tutto questo però non toglie che resta aperta una questione fondante per l'essenza stessa della democrazia, che si riassume nella fin troppo citata affermazione attribuita a Voltaire, “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Come a dire che la libertà di espressione viene prima di qualunque contenuto venga espresso, anche di quelli che più dissentono e protestano. Va da sé, quindi, che fino a che si resta nel perimetro formale della “espressione” qualunque contenuto possa essere espresso. Anche quello che non solo contesta idee, principi, valori, ma sostiene posizioni di scontro frontale, di contestazione non solo teorica ma pratica dell'ordine vigente.
Per tornare a De Luca, lo scrittore ha sottolineato un’accezione del verbo “sabotare” che non comporterebbe nessuna concessione a lotte armate e a interventi violenti. Ma se invece fosse stato così, allora, al di là del caso specifico, quale sarebbe il limite oltre il quale la formalità di una libertà verrebbe meno? Quando quel diritto verrebbe inficiato o sospeso dalla concretezza eversiva di quello che si dice? Quando cioè non mi limito a sostenere un'opinione contraria ma predico la distruzione del sistema - la democrazia - che mi permette di affermarla? E’ paradossale, da questo punto di vista, la democrazia è l’unico sistema che riconosce la libertà di espressione a chi la nega. Nessun altro modello istituzionale si consente questo rischio e non è nemmeno il caso di fare qualche esempio fra la folla di regimi che ogni giorno coartano il diritti civili ad ogni latitudine.
Vi ricordate quando in Italia, anni bui del terrorismo, si parlava di “cattivi maestri”? Del processo a Toni Negri che alla fine venne condannato a dodici anni per associazione sovversiva e per concorso morale in una rapina in cui era stato ucciso un carabiniere? E ancora della sentenza che incarcerò Adriano Sofri per concorso morale nell'omicidio del commissario Calabresi? Intellettuali sono finiti in prigione per quello che scrivevano o dicevano: non semplici opinioni ma “istigazioni”, appunto. Era una stagione terribile e fra le ragioni che contribuirono alla sconfitta del terrorismo pesarono anche le disposizioni della cosiddetta “legislazione d’emergenza” che limitarono diritti e libertà e concessero poteri eccezionali alla polizia. Lo Stato si difendeva e gli omicidi che si susseguivano portarono ad arretrare sulle garanzie costituzionali. C’era un conflitto che alla violenza del terrorismo e dell’eversione contrapponeva la violenza istituzionale e la democrazia veniva sospesa e violata. Da una parte e dall’altra? In modi diversi, il conflitto autorizzava una vacanza della Costituzione. Dal punto di vista dello Stato, sulla questione della libertà prevaleva quella dell'esistenza dello Stato. E l'altro punto di vista? Quello di chi non si riconosce più nello Stato e ne contesta il ruolo democratico e non solo teorizza ma mette in moto processo che dovrebbero portare alla cancellazione di quello Stato? La storia ci offre una sequela ininterrotta di conflitti che ne hanno costituito il motore, conflitti che hanno sempre contrapposto chi difendeva l’ordine esistente e chi invece si proponeva di abbatterlo, fino a sfociare nella violenza che nega l’avversario, dalla Rivoluzione Francese al Risorgimento. Situazioni di fatto, in cui le regole vengono meno, magari in nome di quelle nuove da fondare. Ma , forse, il ragionamento da fare è un altro e riguarda la democrazia che non è un sistema rigido e burocratico. Guai a pensarla come a un'acquisizione stabile e definitiva, la democrazia va sempre riconquistata e sposta continuamente la propria frontiera. Ad essa appartiene la capacità e il dovere di affrontare i conflitti e di risolverli nel nome del dèmos, del popolo, dei tutti che rappresenta. Questione allora di prudenza e lungimiranza, di ascolto delle contraddizione e di rispetto concreto nei confronti delle marginalità. E’ prima che la democrazia deve rivendicare la sua flessibile duttilità, per garantire un dopo di dignità non solo formale a tutti e a quelli che verranno. Per questo, gli scrittori devono scrivere, senza che nessuno interferisca, e i valligiani della Val di Susa devono dare e ricevere ascolto, e democraticamente trovare un punto di equilibrio fra le loro ragioni e quelle di chi non sta nella valle.
Lo so, è difficile, ma bisogna che tutti se ne assumano il rischio. Dentro la democrazia e non fuori.

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