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Il consenso, lo scandalo e il perdono

22.11.2017 - 12:52

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Salire sul carro del vincitore, chiunque sia. Dire quello che l’opinione dominante si aspetta. Accodarsi, confermare, assecondare. Sono tanti gli esempi che dicono della pulsione consensuale che attraversa la nostra società, mi limito a questa perché a noi più vicina, ci siamo immersi e ognuno può fare  le verifiche del caso.
L’irresistibile spinta al conformismo può assumere aspetti che dimostrano quanto forte e per certi versi inquietante possa essere l'instaurarsi di un pensiero consensuale che costringe alla condivisione e colpevolizza chi dissente. Insomma, quanto sia diventato difficile esprimere il dissenso e inaccettabile lo “scandalo”.
Le parole hanno sempre una storia profonda e “scandalo” che, come tante altre viene dal greco, dice di un “ostacolo”, di un “inciampo” che interrompe la strada che dovrebbe essere maestra, si mette in mezzo e blocca il cammino.
Prendiamo l’ormai ex-presidente della Figc, Carlo Tavecchio. Abbiamo assistito alla sua difesa infuocata, alla chiamata a correo dei tanti che naturalmente a questo punto si mimetizzano e lo scaricano. Ricordate Francesco Ferrucci che a Maramaldo, un attimo prima che affondi la spada su di lui indifeso, dice “tu uccidi un uomo morto”? Situazioni diverse, ma identico costume, qui non si tratta di difendere o meno Tavecchio, di entrare nelle ragioni pro o contro, si tratta solo di sottolineare una modalità di comportarsi che nel nostro caso si arricchisce di un'ulteriore conferma. Una dirigente della Figc accusa di molestie il Tavecchio disarcionato e fornisce dettagli che per come sono resi sembrano inequivocabili. Ora, sarà bene subito chiarire per evitare fraintendimenti, no a qualunque violenza, no al potere che si fa forte di se stesso per violare la dignità altrui, no al maschile che prevarica sul femminile. Però, perché gridare all’offesa ricevuta dopo? Perché aspettare la caduta del reprobo, autore del gesto scurrile? E’ il dopo che crea le condizioni per rivelare quello che prima si è tenuto dentro se stessi, il dopo che diventa rassicurante e che fa parlare? Tutto il rispetto per la vittima e nessuna pretesa di chiedere agli altri di fare gli eroi, ognuno - anche chi scrive - fa i conti con se stesso e le sue debolezze. Però quel dopo...
E l’arcivescovo di Monreale? Nessun funerale pubblico per Totò Riina, ha spiegato, se i familiari chiederanno, il cappellano potrà dire una preghiera e benedire. A conferma cita il codice di diritto canonico secondo il quale “i peccatori manifesti e non pentiti devono essere privati delle esequie”. Anche qui, sarà bene precisare. Totò Riina era il Capo dei Capi della cui efferatezza criminale non abbiamo il minimo dubbio e, però, mi vengono in mente Giovanni Paolo II che parla con il suo mancato assassino, Ali Agcà, Benedetto XVI che entra solo nel campo di Auschwitz, luogo del Male estremo e dell’orrore più totalitario, e l’invito incessante alla carità e alla misericordia di Papa Francesco, seguito da gesti che hanno stupito e fatto discutere.
Già, hanno fatto discutere, perché è questo il problema. E’ facile perdonare chi si può perdonare, chi si è messo in condizione di essere perdonato, meno facile, arduo fino all’impossibilità è perdonare l’imperdonabile: non è nell’equivalenza “politicamente corretta” che il perdono va esercitato, ma la sua vera sfida sta proprio nel darsi “a prescindere”, proprio nella distanza incommensurabile dall’orrore che è stato commesso. E a costo di sfidare il coro consensuale, unanime e crudele dei “buoni”.

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