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FUORI DAL VIDEO

Una vita da badante

13.10.2017 - 17:35

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"Non vedo mio figlio, invalido, e le sue due sorelle da 11 anni: nel 2006 ho lasciato il mio paese, la Georgia, in cerca di un lavoro. Per 7 anni sono rimasta in Grecia, in Italia sono arrivata nel 2013 e sono ancora in attesa del permesso di soggiorno. Tutti i soldi che guadagno come badante, 800 euro al mese, li mando a casa. E non ho idea di quando tutto questo potrà finire”. Ha il cuore gonfio Ana Kitiashvili che si occupa stabilmente di un anziano a Noci, Bari. Per lei, a 63 anni, non c’è solo il dolore profondo per una separazione dai suoi così lunga: in agguato c’è anche il rischio della depressione che colpisce, nel nostro Paese, decine di badanti immigrate dall’Est, oltre che dalla Georgia, dalla Romania, dalla Polonia, dall’Ucraina. Donne che finiscono per fare i bancomat dei familiari distanti: sono loro l’unica fonte di reddito. Stessa sorte per le baby sitter straniere: si occupano dei figli degli altri mentre i loro sono lontani. Hanno un solo contatto con la famiglia, la sera, via Skype. La sindrome che colpisce queste donne immigrate è venuta alla ribalta nei mesi scorsi quando alcune di loro, sopraffatte dalla disperazione, si sono tolte la vita: una a Frigento, vicino ad Avellino, un’altra a Ariano Irpino, una terza ad Agerola, periferia di Napoli. Drammi individuali che non fanno notizia in un’Italia concentrata, non senza ragione, sugli sbarchi dei migranti considerati come un’emergenza troppo a lungo subìta. Ana per fortuna non si trova in uno stato di prostrazione così profonda, reagisce, anche se non riesce a riannodare i fili della sua esistenza: “dopo che mio marito è morto, 12 anni fa, nessuno dei miei figli è riuscito a trovare lavoro, né Caterina che oggi ha 44 anni, né Maya che ne ha 36 ed è madre di due ragazzini, il marito disoccupato pure lui, tanto meno Alexandre, 43 anni, invalido per i postumi cronici della poliomielite che ha avuto da bambino. Lasciarli è stata una scelta dolorosa ma obbligata. In Grecia non ho fatto in tempo a ottenere i documenti anche se ho tirato fuori 4mila euro: nel frattempo era arrivata la crisi. Speravo che in Italia i tempi fossero più brevi, invece, dopo 4 anni, non ho ancora avuto il permesso di soggiorno: in Puglia faccio la badante di un anziano di 93 anni che vive da solo ed è bisognoso di ogni tipo di assistenza, costretto com’è a muoversi con il girello. Non mi lamento, anche se, ogni volta che ho un problema di salute, un’influenza o la pressione alta, devo pagarmi dottori e medicine: la settimana scorsa una visita dal ginecologo mi è costata 120 euro. Il mio problema più grande è la famiglia lontana. La sera, parlare con i miei figli al telefonino, vedere i miei nipoti soltanto sullo schermo, è una gioia ma anche una sofferenza: ‘quando torni?’ mi chiedono tutti i giorni. Mi mancano: non è giusto vivere separati per così tanto tempo. Ma i miei figli in Georgia non hanno un lavoro, tocca a me faticare per tutti, fino a quando avrò la forza. Anche se il mio desiderio, quello che sento sempre dentro di me, è di tornare nel mio Paese, dalla mia famiglia”. Intanto, altre badanti reagiscono allo stress organizzandosi: “a loro serve una vita migliore qui, devono essere considerate donne, non macchine” dice Tatiana Nogailic di AssoMoldave, “potrebbero essere loro le figure fondamentali su cui puntare per il contatto tra mondi e culture diverse, per quel minimo di integrazione di cui c’è tanto bisogno”.

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