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Il decalogo del lasciarsi "bene"

Michele Cucuzza
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“Quando si esaurisce un amore, la stella che si spegne può generare un buio interiore tale da richiedere - per l'equilibrio psichico - un attento e responsabile lavoro di elaborazione personale e collettivo, per superare il lutto che ogni fine comporta”. Sarebbe bello se andasse sempre così. Senza, soprattutto, rancori, ripicche, vendette. In tempi di femminicidi e violenze dilaganti sulle donne arriva, in controtendenza, un prezioso decalogo del “lasciarsi bene”. Lo ha compilato, con una serie di testimonianze a corredo, Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, docente e componente del Comitato ONU per i diritti dell'infanzia (“Se non ti amo più” Mondadori). Cominciamo dall'inizio: l'amore eterno non esiste? Ci dobbiamo arrendere dopo secoli di romanticismo? “L'unico amore per sempre è l'esercizio dell'amare: l'amore può finire, finisce. ‘Per sempre' sta a significare che l'amore ha una forza talmente grande, propulsiva, di tutela, di protezione, di arginamento dell'angoscia di morte che dobbiamo pensare che non si esaurirà mai: è la condizione neurochimica e neuropsichica che ci permette di sentirci protetti, originata dal contenimento che alla nascita abbiamo avuto dalla madre o da altre figure affettive di riferimento”. Allora cosa rende così dolorosa la fine di un amore? “La condizione di solitudine, di privazione che viviamo e che rimanda alle paure abbandoniche iniziali, all'angoscia di morte. Quando una storia finisce, anche piccola, un amore per caso, per sbaglio, è comunque un trauma: si può riparare con la possibilità non solo di amare ancora, ma anche di capire perché è arrivato il momento in cui quella stella si è spenta”. Da qui a dire che la rottura di un legame può diventare un risorsa ce ne corre davvero. O no? “No, se riusciamo a conoscere come e perché abbiamo trasformato, fino a disperderlo, il patrimonio di speranza che l'amore contiene: cogliere il significato che ha per noi quel cambiamento voluto o subìto, vuol dire avere nelle mani il segreto dell'esistenza”. E i figli? Soffrono senza colpa. “Subendo i cambiamenti provano stress molto forti. Ma se i genitori sanno dare l'esempio, lasciandosi senza scatenare guerre, senza distruggere la figura dell'ex partner, senza maledire l'amore finito, ma cercando di imparare dal negativo, facendone una lezione di vita, anche i figli imparano: la risorsa della trasformazione batte la paura, il tempo perduto, l'angoscia di morte. Sì, si muore ma poi si risorge, sì le cose finiscono ma l'amore non muore mai”. Di qui il decalogo, contenuto nel suo libro, del lasciarsi bene. Con la sacrosanta attenzione da dedicare ai figli, ma non solo. “La prima cosa è il non mancare di rispetto a se stessi mancando di rispetto al partner. Può essere stato deleterio, negativo ma lasciandolo in modo dignitoso, coraggioso, si dà un esempio formidabile ai figli. Lasciarsi deve diventare un'arte: senza il ricatto dello stalkeraggio, dell'umiliazione, delle calunnie. E del denaro: tutti i giorni ho davanti casi di partner ricattati attraverso il denaro con i ‘ti punisco, ti penalizzo, mi faccio risarcire'. Il rispetto, comunque siano andate le cose, salva dalla guerra dei Roses, che finisce sempre in un modo, male”. Eppure la vendetta violenta può essere costantemente in agguato: “bisogna liberarsi dai sensi di colpa che costringono a subire la violenza. Lavorare sull'autostima ci aiuta anche a incontrare persone che sanno cos'è il rispetto. Pure quando vivono l'angoscia dell'essere abbandonati”.