Acque reflue, maxi-multa Ue all'Italia

Acque reflue, maxi-multa Ue all'Italia

Ciafani, avremmo potuto usare questi soldi per avviare cantieri e risolvere il problema

31.05.2018 - 16:45

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Roma, 31 mag. - (AdnKronos) - Ben 74 agglomerati urbani, sparsi in 18 regioni d'Italia, continuano a non rispettare le norme Ue sulle acque reflue, perché o non hanno le fogne, oppure non hanno i depuratori a norma. Per questo, dopo molti anni di inadempienza (la scadenza era il 31 dicembre del 2000, cioè quasi diciotto anni fa), la Corte di Giustizia dell'Ue ha condannato l'Italia a pagare una multa forfettaria di 25 milioni di euro, cui si aggiungono 30 milioni per ogni semestre di ritardo nell'adeguarsi alle norme in materia di raccolta e di trattamento delle acque reflue urbane.

I precedenti. I giudici avevano già constatato una prima volta l'inadempimento dell'Italia in una sentenza del 2012. Alla scadenza del termine, l'11 febbraio 2016, il nostro Paese non si era ancora adeguato alla sentenza del 2012, così la Commissione Europea ha fatto un secondo ricorso alla Corte, chiedendo di multare Roma. E oggi la Corte ha constatato che non sono state prese tutte le misure necessarie. Nel frattempo, gli agglomerati fuori norma si sono ridotti, passando da 109 a 74, ma le uniche due regioni in cui tutti gli agglomerati abitati rispettano le norme sono Emilia Romagna e Molise. Per la Corte l'inadempienza dell'Italia, oltre ad essere durata quasi sei anni, è particolarmente grave per il fatto che l’assenza o l’insufficienza di sistemi di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane provocano danni all’ambiente, cioè agli stessi cittadini italiani, oltre che alle attività turistiche.

“Non siamo sorpresi. Da anni accompagniamo il Paese nel lunghissimo percorso di adeguamento del sistema di fognature e di depurazione delle acque reflue che l’Italia ha praticato con insostenibile lentezza. La decisione Ue è la conferma di quello che da anni denunciamo con i nostri laboratori mobili”. Così il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani commenta all’Adnkronos la condanna all’Italia.

Nessuna sorpresa, dunque, ma sdegno perché “la prima norma che impone la depurazione delle acque reflue è del 1976 – ricorda Ciafani – o ora, dopo 42 anni, dovremo pagare questa multa con i soldi dei cittadini quando avremmo potuto utilizzarli per aprire i cantieri e adeguarci alla normativa, risolvendo un problema ambientale che ha gravi ripercussioni anche sul turismo, creando allo stesso tempo posti di lavoro”.

“Fortunatamente, l’Ue non fa condoni – sottolinea Ciafani - In un periodo in cui si parla tanto male di Europa, vale la pena di ricordare che se Milano ha costruito nel 2001 il suo depuratore è proprio grazie all’Ue, se abbiamo chiuso la discarica di Malagrotta è grazie all’Ue, se bonificheremo e se costruiremo i depuratori che mancano è grazie a questa Ue che ha dato anche la possibilità al nostro Paese di fare passi in avanti”.

La condanna dell’Ue trova conferma nei dati rilevati ‘in casa’ da Legambiente. Gli ultimi disponibili, quelli della campagna di analisi e monitoraggio Goletta Verde 2017 che su 260 punti campionati lungo tutta la costa italiana aveva classificato come ‘inquinati’ 105 punti (il 40% del totale) che presentavano cariche batteriche al di sopra dei limiti di legge proprio a causa degli scarichi fognari non depurati.

Si tratta di una grave e cronica mancanza da parte del nostro Paese a cui si aggiungono i dati dell’illegalità: secondo il rapporto Mare Monstrum 2017, sempre targato Legambiente, depuratori inesistenti o mal funzionanti, scarichi fognari abusivi, sversamenti illegali di liquami e rifiuti, rappresentano il 31,7% delle infrazioni contestate a seguito dei controlli delle forze dell’ordine.

La Campania, con 936 reati, il 18,8% del totale a livello nazionale, guidava la triste classifica dell’anno scorso (così come quella del 2016) con un exploit di denunce e arresti (+ 26%) e di sequestri (+33,5%). Seguiva la Puglia, con 644 infrazioni accertate; Lazio con 533; Calabria con 429 e Sicilia con 412.

La multa non è una sorpresa neanche per il Wwf Italia, "ma è il frutto di tanti anni di gravi inadempienze sulle normative europee, normative che peraltro la stessa Italia ha giustamente contribuito a fissare", fa sapere l'associazione ambientalista che si dice preoccupata anche per le altre procedure che incombono sull’Italia in materia di acque, riguardanti la inadeguata applicazione della Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), una concernente le derivazioni a scopo idroelettrico (Eu Pilot 6011/14/Envi) e una più generale (Eu Pilot 7304115/Envi) per la generale mancata attuazione della direttiva, con particolare riguardo all'insufficiente coordinamento, all’assenza di metodologie corrette per gli inquinanti nelle acque sotterranee, ai prezzi dell’acqua in agricoltura e ad altre questioni legate sempre al settore agricolo.

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