La nuova strada delle riforme

La nuova strada delle riforme

16.02.2015 - 11:39

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Le risse da saloon che hanno accompagnato gli ultimi giorni di discussione alla Camera dei deputati della riforma del Senato non promettono nulla di buono. Per questa ragione, quanti hanno a cuore per davvero il processo di riforma della Costituzione, devono impegnarsi a cambiare rotta, anzitutto abbassando i toni e svelenendo il clima. Lo deve fare il governo perché la Costituzione non si riforma di notte con le principali opposizioni fuori dall’aula, evocando gufi e sorci verdi; lo deve fare Forza Italia perché ci si copre di ridicolo se si evocano improvvise derive autoritarie su provvedimenti votati senza colpo ferire sino a dieci giorni fa. Occorre, da tutte le parti, una riflessione più pacata e realistica della nuova fase che si è aperta in questi ultimi giorni. Senza dubbio, i nervosismi e le turbolenze sono il frutto di un cambiamento del quadro che necessita l'individuazione di un nuovo punto di equilibrio. L’accordo Renzi-Berlusconi, il cosiddetto Patto del Nazareno, si è incrinato, almeno per la parte visibile che riguarda gli accordi di natura esclusivamente politica ed è così venuto meno il baricentro che ha egemonizzato per un anno l'intero sistema, fino all'elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica.
Forse si è dispersa una rendita di posizione che consentiva a Renzi di usare Berlusconi contro la minoranza del Pd (a prezzo di un partito diviso che rinunciava a usare interamente la propria energia politica e spostava il suo asse in direzione neo-centrista), e di usare la minoranza del Pd per contenere Berlusconi (a prezzo di una restituita centralità sistemica del Cavaliere, ben al di là, ormai della sua effettiva forza numerica e del sostanziale isolamento a cui era stato costretto da Enrico Letta). Se le cose stanno così, ossia se non c’è più la possibilità di far leva su Berlusconi per dividere il Pd usando il patto del Nazareno come una clava, spetta soprattutto a Renzi e all'intero Partito Democratico prendere le misure del nuovo campo di gioco. È necessario quanto prima ricostruire le condizioni di una spinta riformatrice sul terreno costituzionale, dal momento che questa è la missione, oserei dire storica, di questa legislatura, nata sghemba, che altrimenti non avrebbe senso che proseguisse per tirare a campare.
In primo luogo, bisogna lavorare perché le opposizioni rientrino in Parlamento affinché siano coinvolte, a partire da Forza Italia, nel processo di riforma costituzionale. Diversamente da quanto si continua a ripetere e a far credere all’opinione pubblica con la compiacenza dei principali mezzi di comunicazione, gli ultimi quindici anni non sono stati caratterizzati da un'assenza di riforme costituzionali che ora finalmente si realizzano (#lavoltabuona), ma da un'ipertrofia riformatrice che ha coinvolto nel 2001 il centrosinistra (con il Titolo V) e nel 2005 il centrodestra (con il Federalismo). Sarà un caso ma entrambe le riforme, certo non memorabili, sono state scritte sotto l’urgenza della fretta e promulgate a maggioranza semplice, ossia escludendo le opposizioni. Per questo motivo sarebbe sbagliato ripetere gli stessi errori in quanto ci vuole lo stesso tempo a fare bene o male una cosa e, se poi bisogna ritornarci sopra (come l’Italicum insegna) si perde un sacco di tempo inutile. Occorre, inoltre, ritessere il filo di un'intesa con le opposizioni perché solo così le riforme costituzionali assumono un’effettiva sostanza politica sottraendosi ai ritmi, agli stili e alle esigenze della propaganda elettorale, come già avvenuto nel 2001 e nel 2005 e come è accaduto in quest'ultimo anno. Il problema del Patto del Nazareno non era nell’utilità e persino nella necessità di riformare le istituzioni con il concorso di Forza Italia, ma nel concetto di “patto” che era troppo stretto e condizionante, quasi una camicia di forza, in cui anche l’identità e la missione del Pd hanno rischiato e rischiano di scolorirsi, rivelando al massimo le sorprendenti attitudini trasformistiche e di riposizionamento di parte del suo gruppo dirigente, in particolare quello sedicente “giovane”. In secondo luogo, per interpretare la nuova fase politica, conviene ripartire dall’unità del Partito democratico, che scaturisce dal confronto e dall’ascolto e dall’accettazione del presupposto che se il Partito democratico vuole continuare a essere un grande partito deve accettare al proprio interno una pluralità di posizioni che è compito del segretario politico portare a sintesi unitaria. Se si vogliono realizzare le riforme occorre trovare un nuovo baricentro: da una parte, una maggiore unità in seno al partito di maggioranza, e dall’altra il recupero del dialogo con Berlusconi, facendo in modo, però, che non sia esclusivo e ricattatorio come è avvenuto nel corso di quest’ultimo anno.
Un tema fondamentale che bisogna affrontare è quello dei rapporti tra riforma del Senato e riforma elettorale, che vanno viste nel loro valore sistemico: il prossimo Senato non verrà abolito, ma sarà composto da eletti di secondo grado (consiglieri regionali e sindaci), mentre la futura Camera, la sola cui spetterà l'indirizzo politico e che avrà un unico rapporto fiduciario con il governo, sarà composta da una maggioranza di parlamentari nominati da 3-4 “grandi nominatori”. C’è uno squilibrio evidente che dovrà essere corretto intervenendo su uno dei due ambiti per evitare una deriva oligarchica della democrazia italiana (decidono in pochi che si autopromuovono fra loro) e non aumentare ulteriormente il distacco della politica dai cittadini, privati di fatto del loro diritto fondamentale di voto, la massima espressione della sovranità popolare. La qualità di un leader si misura nella capacità di leggere la fase politica non solo giorno per giorno, ma anche nel medio periodo: la strada che ora dobbiamo percorrere è più stretta e impervia della precedente, ma è l'unica via che abbiamo davanti a noi se il Partito democratico vuole rispondere a quella funzione nazionale che il risultato delle elezioni del 2013 gli ha consegnato, senza tradire le attese di cambiamento di tanti milioni di italiani.
miguel.gotor@senato.it

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