Il Campidoglio e le sue oche

Il miracolo del brutto anatroccolo

13.12.2017 - 10:37

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Keaton Jones è un bambino e vive negli Stati Uniti, nel Tennessee. E' diventato vittima del bullismo dei suoi compagni di scuola e la madre ha deciso di fargli delle domande e di postare il video sui social network.
E adesso milioni di persone conoscono la sua storia.
Potrebbe essere la favola del brutto anatroccolo di Andersen.  Emarginato dai suoi simili per il colore grigio delle penne, il piccolo vaga nell'inverno fino a quando arriva nel lago dei cigni che lo riconoscono uguale a loro. Lieto fine, come deve essere nelle favole che si raccontano ai bambini proprio per mettere al centro un problema, una difficoltà, persino un orrore, e trovare il modo di risolverlo e scongiurarlo.
Anche quella di Keaton è a suo modo una favola. Ma andiamo per ordine.
I suoi compagni lo hanno preso di mira e piangendo racconta alla madrealla madre: "mi prendono in giro per il mio naso, mi dicono che sono brutto e che non ho amici". Vecchia storia, una differenza fisica diventa un marchio e il gruppo si riunisce e s'identifica attraverso il processo di emarginazione e di espulsione del diverso. Un processo che non esita ad essere violento e a ridurre a vittima impotente dei più, forti della loro coesione maggioritaria: "mi hanno versato latte addosso e messo prosciutto nei vestiti, mi hanno lanciato addosso del pane".
Keaton è in primo piano, sentiamo off la voce della madre che lo interroga: "E questo come ti fa sentire?" - " Non mi piace che lo facciano a me e non va bene. Le persone che sono diverse non hanno bisogno di essere criticate per questo, perché non è colpa loro".
Finisce con un appello: "se vi prendono in giro non fatevi infastidire, cercate di essere forti, è difficile, forse un giorno andrà meglio". E ci rimane l'immagine di Keaton gonfio di lacrime e disperato.
Forse non lo sa, ma è in quell'immagine che sta la sua vittoria. E' il suo lago dei cigni, è lo specchio "miracoloso" che trasforma la diversità da cui si sente afflitto in una vicinanza con chi lo sta guardando: esponendosi nella sua fragilità, Keaton abbatte ogni barriera e si offre agli altri nella sua sofferenza e, dunque, alla loro com-passione, e cioè alla condivisione del suo dolore, di un dolore che lo rende istantaneamente più umano.
Attenzione, però. Sarebbe non solo banale, ma un'arroganza peggiore di quella dei "bulli" che si accaniscono di lui, dire che Keaton è come noi. Sarebbe ancora una concessione della maggioranza, cambiata solo di segno, accoglienza invece della denigrazione. E invece Keaton è più umano di noi, si mette davanti alla telecamera della madre e racconta la violenza di cui è oggetto, mentre chi lo tormenta si nasconde nell'anonimato del gruppo.
Solo, si offre a noi e Internet, almeno questa volta, rovescia la sua perversione. Pensiamo a quanti post sulla rete hanno messo alla berlina e scaraventato in una gogna pubblica persone indifese, brutalmente esposte nella loro intimità, buttate a tradimento nella grande idrovora del voyeurismo più crudele. La confessione di Keaton non solo lo salva, ma fa della rete il luogo di un riscatto e di una comprensione.
Certo, potremmo malignamente pensare che alla fine è il cinismo dello spettatore che trionfa, in un caso o nell'altro, e che è indifferente che la maggioranza sia cattiva o buona, perché sempre di maggioranza massificante si tratta. I like, i like, mi piace, mi piace... Può essere, ma immaginiamo per un attimo di essere accanto a lui, sul sedile dell'auto, e di guardare i suoi occhi che guardano noi.
Siamo davanti a Keaton, non c'è più la rete, c'è qualcuno che parla, senza rete.., e qualcuno che finalmente ascolta. 
guidobarlozzetti@tin.it

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