Il Campidoglio e le sue oche

IN FONDO AL POZZO

Il cittadino-portiere Gianluigi Buffon

15.11.2017 - 11:52

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Gianluigi Buffon è il portiere della Nazionale, anzi lo era, lui stesso ha detto che la partita con la Svezia è stata l’ultima con la maglia della Nazionale. La Nazionale, tout court, non c’è bisogno di aggiungere altro, per gli italiani la Nazionale è una sola. Alla fine dell’incontro, si è presentato al pubblico della tv, ci ha messo la faccia, come si dice, e piangendo ha dichiarato: "Dispiace non per me, ma per il movimento. Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale".
Ha toccato Buffon un aspetto decisivo del calcio. In un momento difficile, all'ultimo passo di una carriera gloriosa in azzurro e dopo una partita che ha chiuso il capitolo dei mondiali, ha ricordato quanto questo sport conti nel nostro Paese, ben oltre l'aspetto strettamente sportivo.
Il calcio tutti ci riguarda, anche chi non si appassiona ai gol. Restando uno sport - oltre che un affare gigantesco, locale e globale - assolve anche a qualcosa di più, è un discorso diffuso, forse il più diffuso, una cultura trasversale alle generazioni, che produce e governa comportamenti, fonda identità e appartenenze, media tra individuale e collettivo, celebra un rituale in cui in tanti si riconoscono e che, solo per questo, costituisce un fenomeno che riguarda la tenuta stessa di una comunità e l'insieme dei valori in cui si riconosce. Il calcio? Ventidue giovanotti che su un campo di erba rincorrono un pallone? Sì, il calcio. Parliamo di un fenomeno che coinvolge milioni e milioni di persone, che canalizza energie, sentimenti, speranze, aggressività, fino all'estremo del tifo più virulento e, proprio per questa diffusione di massa, si offre a contenitore di spinte e pulsioni che non si restringono solo all'ambito pedatorio ma esorbitano nel costume e nella politica, oltre che - spesso - nella cronaca nera.
Ha detto Buffon: "Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale". Voleva dire, in prima istanza, che la prossima estate gli italiani non avranno una squadra per cui tifare e che per un mese non dovranno sedersi davanti a un televisore per partecipare alla cerimonia più grande che prevede il calendario del calcio, il campionato del mondo che si terrà in Russia.
Ma la considerazione va oltre. Oltre anche certe sentenze della sociologia e della facile psicologia di massa. Dice di una consapevolezza che purtroppo spesso manca al calcio, ai suoi dirigenti come ai suoi attori, che non si ricordano del ruolo che questo sport assolve nella società, della valenza emotiva e della ricaduta che le sue vicende hanno sullo spirito di ciascuno e di tutti, sull'autostima stessa di un Paese, sull'orgoglio con cui ci si identifica, si parteggia e ci si riconosce in quella squadra chiamata a rappresentarci e a giocare anche con noi e per noi.
In questi casi di cocente delusione, si dice in coro che bisogna azzerare e ripartire. Ebbene, se c'è un punto da cui rimettere in moto il movimento e, appunto, ricominciare un percorso, nulla ci sembra più appropriato di questa matura considerazione del portiere della Nazionale. Nello stadio di San Siro, colmo come nei giorni fatidici, ha sentito che la festa era fallita, ha sentito il grido forte e appassionato dei tifosi, e ancor più si è trovato di fronte, con quel microfono che gli veniva porto, il vuoto che la sconfitta aveva aperto. Su cause e colpe - come in tutti i processi all'italiana e gli psicodrammi che portano con sé - ci sarà tempo per riflettere, ma nelle parole colme di lacrime del cittadino-portiere Buffon c'erano il senso della responsabilità e la confessione addolorata - rara - di chi ha mancato a un dovere civile.

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