Il Campidoglio e le sue oche

IN FONDO AL POZZO

Ti odio per sentirmi vivo

01.11.2017 - 12:45

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“Rosato facciamo un patto, se questa legge sarà cassata dalla Consulta, noi ti bruceremo vivo, ok?”, Angelo Parisi non ha avuto esitazioni a dire la sua sul titolare della neonata legge elettorale e probabilmente il suo “patto” sarebbe passato inosservato, sepolto nella montagna di invettive, offese, gogne che si accumula ogni giorno nella rete, se Giancarlo Cancelleri candidato Cinquestelle alla presidenza della Regione Sicilia non l'avesse indicato come futuro assessore ai Rifiuti. E, in effetti, vale la pena di parlarne solo perché il caso di cronaca permette di far emergere un comportamento ormai consolidato e diffuso nella rete che ha un protagonista che dice di una mania oramai dilagante e incontrollabile, l'hater. Hater vuol dire "odiatore", uno insomma che esprime e manifesta odio attraverso i suoi interventi in rete, protetto dall'anonimato o da nomi-schermo inventati a bella posta. Sta seduto nella comodità della casa, guarda il panorama delle notizie, pronto come un avvoltoio a calare sulla preda che ha il potere di eccitarne gli estri. Possono essere personaggi famosi che incappano in una disavventura, sui quali rovesciare il piacere di vedere in difficoltà un fortunato dell'Olimpo dello spettacolo, dello sport o comunque premiato dal successo e dalla fama, qualcuno che ha raggiunto - almeno nell'immaginario, perché in questa dimensione ci troviamo - ciò che all'hater è precluso e che non vede l'ora di fargli sapere che ben gli sta e che, anzi, è sempre poco rispetto alla punizione che si meriterebbe.
Ecco, l'hater individua colpevoli e somministra punizioni che nel caso specifico sono l'espettorazione più violenta e triviale del suo disprezzo malmostoso e scurrile, lo sputo che si rifiuta di pensare e dà voce immediata al primo brutale fremito della pancia e lo immortala, lui, sconosciuto e invisibile, sulla bacheca della rete, finalmente in grado di dire la sua, fino in fondo, senza nemmeno un grammo di quella costumanza che si usa nel faccia a faccia e nella reciprocità delle situazioni quotidiane.
L'hater deve espellere, spremere la sua acidità, sicuro che ciò ricostituisce e conferma la sua identità, la sua forza messa a repentaglio dalle vicissitudini della vita, da tutte le trappole che incombono sulla sua esistenza, alle quali si impegna a dare figura. Una ricerca ha analizzato un paio di milioni di twitter e non ha faticato molto a scoprire che le categorie prese di mira cominciano con le donne e proseguono con i gay, i migranti, i diversamente abili e gli ebrei. E' il vecchio, antropologico, rituale del capro espiatorio aggiornato alla neo-anonimato individuale e di massa di Internet che aggiunge la possibilità di essere direttamente protagonista, di lanciare il sasso nella piazza elettronica e di sentirsi protetto nella comunità di tutti quelli che condividono l'hate.
I sociologi diranno che è l'effetto di una massificazione individualizzata che trova un propulsore potente nella virtualità della rete e nell'interattività solitaria e blindata su se stessa. E anche nell'immenso flusso delle notizie-paura che riempiono i Tg. Sarebbe anche il caso di ricordare che forse la tentazione-hater è latente in ciascuno di noi, che come diceva il Dr. Freud - consentitemi di schematizzare - l'Io sta in mezzo tra il Super-io che dovrebbe governare e l'Es più selvaggio che dovrebbe essere governato. Per ora la rete si sta rivelando lo sfogatoio più virulento dell'Es. Aspettiamo con ansia la nuova fase in cui diventerà il lettino su cui distendersi per curare le intemperanze sgradevoli e a gratis dell'inconscio.

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