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I disastri della meteo incultura

13.09.2017 - 12:08

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Un'incognita incombe ormai su di noi. Il tempo, parliamo di quello meteorologico, non sembra più rispettare la certezza di parametri consolidati, la sicurezza verificata un anno dopo l'altro delle medie stagionali.
Non ha più regole, rompe le sempiterne partizioni del calendario e all'improvviso passa da un estremo all'altro. Sconvolge, distrugge, lascia morti e rovine. Immobile e, in un attimo, così mutevole da far restare interdetti, con la sensazione di essere indifesi, inermi di fronte eventi smisurati, al di fuori di ogni possibile  isura alla quale siamo stati abituati.
Ci alziamo la mattina, ci affacciamo alla finestra, gesto persino arcaico, perché cosa potevano fare gli antenati dei nostri antenati, al mattino, se non dare un'occhiata fuori di casa, della capanna, della grotta o dovunque si fossero rifugiati?
Ci affacciamo, ansiosi di sapere e di vedere se rispetto a ieri qualcosa sia cambiato, per esempio nella lunga estate trascorsa - o ancora in corso, chissà.. - quando per giorni e settimane il cielo ha continuato a presentarsi sempre invariabilmente azzurro e noi guardavamo alla ricerca di una nube, di un soffio di vapore, cha annunciasse o per lo meno illudesse di una perturbazione in arrivo. Niente da fare, le settimane passavano e nulla si manifestava che venisse a modificare la fissità del quadro e la potenza soffocante delle temperature. E intanto ascoltavamo i bollettini del meteo, con la speranza che sulla cartina apparisse l'indicazione di un movimento, di una qualche corrente fresca e carica di umidità, che venissero a spostare il totem della calura e finalmente a portare la pioggia.
E la pioggia, alla fine, è arrivata. Ma non una pioggerellina di quelle che tanto servirebbero a far respirare la terra bruciata e riarsa, e neanche un acquazzone di quelli che una volta ci innaffiavano dopo mezzagosto, qualche tuono e lampo, uno scroscio e poi il sole che tornava con l'aria rinfrescata. No, adesso ci tocca una cosa per definire la quale siamo dovuti ricorrere al vocabolario della guerra, la bomba d'acqua. Un fenomeno impossibile da localizzare, nel senso che sappiamo grosso modo l'area in cui potrà manifestarsi, ma non il punto esatto su cui precipiterà una valanga d'acqua, tale da concentrare in poche ore la pioggia di un anno.
Abbiamo messo a punto una scala di allarmi, ciascuno identificato da un colore, con il rosso che vuol dire la massima emergenza, e che dovrebbe far sì che gli enti preposti preparino le difese e allertino come si deve i cittadini.
Poi, la bomba arriva e fa il disastro, ormai anche questa è un'impotente constatazione. E, una volta di più, scopriamo le inadempienze della politica e dell'amministrazione, i soldi non spesi, le opere non fatte o quelle fatte che si rivelano inutili, malfatte o addirittura nefaste.. insomma, la mancanza di una condivisa e diffusa cultura del territorio capace di orientare comportamenti e decisioni, cura, attenzione, correzione di quello che è sbagliato, prevenzione di quello che potrebbe accadere, con uno sguardo che guardi avanti, pianifichi e intervenga anche duramente là dove ha dominato e domina l'incultura dell'affarismo a ogni costo, dell'immobiliarismo selvaggio, della corruzione che fa prevalere il tornaconto individuale sull'utilità generale.
A Livorno ne abbiamo avuto un'altra conferma, altre purtroppo ce ne saranno.
E' vero il tempo sta cambiando e, va detto, su una scala che fa apparire piccola la nostra umanità, quello che non cambia - almeno per quello che si potrebbe fare - sono le nostre rozze, perverse e perniciose abitudini.

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