Il Campidoglio e le sue oche

Il rifiuto di Tornasol

05.07.2017 - 12:12

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Secondo lo spirito olimpico di De Coubertin l'importante non è vincere ma partecipare. Constatiamo, al contrario, che un'ossessione competitiva travolge la nostra società, nella quale non si contempla il caso di partecipare se non a condizione di sbaragliare il campo, abbattere l'avversario, insomma vincere. Lo vediamo dai campi di calcio sui quali genitori assatanati e lividi si prendono a botte per far valere le loro ragioni in nome dei figli, più o meno innocenti, che zampettano sul prato verde. Lo vediamo in ogni angolo del panorama circostante, e non solo nello sport, in cui non hai colleghi ma nemici, la carriera è un percorso a ostacoli in cui mors tua vita mea, la vita è un reality show in cui imporsi a forza di insulti e turpiloqui.
Poi, va in scena il Palio di Siena. Rito antico di cui sono protagoniste altrettanto antiche le contrade che si dividono la mappa del centro storico, con nomi che inneggiano a un immaginario medievale fantastico e bellicoso.
I senesi si contrappongono fieramente fra di loro, ognuno con l'insegna di riferimento e sono pronti a consacrarsi anima e corpo a quella cerimonia che, un giro dopo l'altro sulla Piazza del Campo, incorona la contrada vittoriosa, premiata con il Palio che ne attesta la supremazia.
A Siena sul Palio non si scherza, è roba seria, fatta di passioni profonde e radici secolari. La corsa, per chi la guarda dal di fuori, dà l'impressione di un confronto dove l'unica regola è far fuori tutti gli avversari, se serve anche con qualche nerbata, e cavalcando allo spasimo - di corsa si tratta - il quadrupede che la sorte bendata ha scelto.
Nel tempo, il grande clamore che ha fatto del Palio un rito che nel mondo identifica l'Italia, Paese di bellezza, storia, cultura e di tradizioni millenarie, ha acceso polemiche. In particolare, si è contestato il trattamento riservato ai cavalli, troppo spesso sottoposti a pratiche clandestine e lanciati in un percorso con ostacoli che ne hanno comportato a volte anche la morte. Adesso, su questo versante, le cose sono cambiate e alcune procedure sono state introdotte per limitare gli effetti nefasti sugli animali che vengono gettati nella kermesse.
Poi succede che al Palio, un giorno di luglio, arrivi Tornasol. Un mezzosangue arabo, come i cavalli che corrono il Palio, comprato in Sardegna da un Getty della nota famiglia. Iscritto, come si deve, al protocollo equino della competizione.
Tornasol è il cavallo della Tartuca e i contradaioli si aspettano di vederlo sfrecciare sulla terra della Piazza. E invece no. Tornasol non ha intenzione di entrare fra i due canapi per l'allineamento della partenza. Il mossiere lo chiama e lo richiama, Tornasol entra ma solo per uscire. Lo aspettano, sperano che capisca il guaio che sta combinando, niente da fare, passa un'ora e mezza che sfianca i quindicimila insalamoiati sulla piazza e alla fine intervengono i veterinari che decretano ciò che mai è accaduto: "alterato stato psico-fisico" e "panico" è la diagnosi e, dunque, il cavallo non correrà.
Un fulgido e paradossale esempio. Tornasol non solo non vuole vincere, ma non vuole neanche partecipare. In controtendenza assoluta, un rifiuto totale. Nessuno può dire se e quanta premeditazione equina o quanto di inconfessabile ci sia in tutto questo, ma non è nemmeno importante. Ci piace una rotella che decide di saltar fuori dall'ingranaggio, un protagonista che, comunque, si estranea dalla lotta e rivendica il diritto di non uniformarsi alla regola del rito. Tornasol, solo nel rumore della piazza, indocile e testardo, è il mistero e anche la necessità dissonante di un rifiuto.

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