Il silenzio e le parole

Il silenzio e le parole

14.09.2016 - 12:35

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Allora, non voglio prendermela con il Sud omertoso. E nemmeno con i paesi dolorosamente colpiti dal terremoto. Voglio solo riflettere su certi comportamenti che sembrano lontani, ma forse hanno qualcosa in comune e dicono entrambi qualcosa che ci riguarda. Melito, provincia di Reggio Calabria, una ragazzina subisce le attenzioni brutali di un branco, lei ne scrive in un tema, la madre legge, tace e dice di tacere perché ne va dell'onore della famiglia, perché le altre famiglie questa cosa della ragazzina stuprata non la prenderebbero bene, soprattutto perché esporrebbe alla legge i seviziatori e, appunto, le loro rispettabili famiglie. Ci vogliono la scuola e poi la polizia perché la storia emerga e gli otto smargiassi violentatori finiscano in galera (per ora). Ora, lo ripeto nessun moralismo, per carità, però anche di questo siamo fatti, di un maschilismo turpe, insolente e vigliacco, che si manifesta nella forma del branco e che pensa a una minorenne come a un sfogatoio del testosterone individuale e collettivo. Già questo basterebbe. Poi, ci sarebbe la famiglia di lei, la madre e a seguire il padre che se ne fregano completamente della dignità e della vita della figlia e si nascondono dietro alla muraglia dell'omertà. Bisogna difendere la faccia a costo di nascondere lo squallore e la miseria più schifose, guai, se si viene a sapere e soprattutto se mettiamo in mezzo i rampolli delle rispettabilissime famiglie che ci guardano ogni giorno dalle finestre qui intorno, per colpa di questa sgualdrinetta che ci siamo tirati su. Lo leggono il tema, la figlia chiede aiuto e protezione, mica ai carabinieri, no, a loro, al padre e alla madre e loro... non è successo nulla. Ripeto niente moralismi, ma cultura mafiosa del rispetto sì, paura di infrangere le regole non scritte che chiudono un gruppo sociale e una città nella soggezione che si deve a poteri antichi e alle logiche più triviali del vicinato dove chi sgarra viene esposto al pubblico ludibrio o espulso dalla comune. Poi, questi votano. Sì votano, come me, come voi, protestano, s'incazzano con lo stato, sono cittadini a tutti gli effetti, ma cittadini di che? E intanto vivono nella loro miserabile antropologia. Amatrice. Non voglio prendermela con il sindaco di Amatrice. Lo rispetto, rispetto il dolore, rispetto il suo ruolo indispensabile di protezione e rappresentanza di una comunità così tragicamente colpita. Però, la denuncia no. Caro sindaco, tutte le proteste e le esecrazioni che vuole, giuste, sacrosante, ma la satira - anche quando è sgradevolissima e disgustosissima - lasciamola stare. Il valore in sé della satira è più forte anche di quello che ci si può mettere dentro, è più forte anche di Charlie Hébdo. Già, Charlie... anche loro farebbero bene a tacere, a non giocare a ping pong con le macerie, hanno fatto le vignette - a me non sono piaciute, ma per quanto mi compete, cioè niente, vi riconosco il diretto di farle - ma non vi mettete a battibeccare con il sindaco e, lo so quanto vi piace, con les Italiens. E' paradossale, a Melito nessuno parla, a Amatrice e a Parigi parlano... troppo. Avrei preferito che accadesse il contrario. Una bella e franca assunzione di responsabilità nella cittadina calabrese e in tutte le situazioni omertose, Nord, Sud, Est, Ovest, che costellano la nostra quotidianità, e una polemica senza tribunali sullo sfondo di un terremoto. E' la misura del silenzio e della parola che abbiamo perso. Ci restano la rabbia e l'ipocrisia.

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