Tra i due litiganti ha perso la stampa

Anna Mossuto

23.03.2017 - 15:29

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Clamoroso in America e non al Cibali. Gli sportivi sanno che Cibali non è un Paese degli Stati Uniti bensì il nome dello stadio di Catania dove la squadra del posto vinse contro l’Inter 2 a 0 contrariamente a ogni pronostico e a ogni previsione.
Ecco che l’elezione di Donald Trump a presidente degli Usa ha il sapore e il senso di quella lontana partita del 1961, di quando cioè succede qualcosa di straordinario, incredibile e sorprendente.
Ha vinto Trump, ha perso la Clinton. Ma al di là di tutto, della lettura del voto che è comunque espressione della volontà popolare, a perdere è stata anche la categoria dei giornalisti, oltre a quella dei sondaggisti e degli analisti. Eh sì perché mai come in queste elezioni si è toccato con mano il fallimento della funzione di chi fa informazione. Sull’esito del voto americano noi giornalisti dobbiamo prendere atto, senza chiuderci a riccio per l’ennesima volta dietro una difesa corporativa, che siamo distanti anni luce da quello che accade nella realtà. Per mesi abbiamo raccontato che avrebbe vinto la Clinton perché intercettava le domande e i bisogni dei cittadini americani mentre il rivale Trump era sgradito alle donne, agli stranieri, ai neri, all’establismhent.
Ecco, non ci abbiamo capito nulla. Perché Trump ha vinto e non di misura, e lui sì ha intercettato le esigenze del popolo.

La stampa in generale, al di qua e al di là dell'Oceano, ha raccontato un'altra America, quella che appare in superficie e che sta nelle vetrine; mentre quell’altra America, la maggioranza, è stata ignorata completamente. Eppure in un solo giorno, con coraggio, ha scritto un pezzo di storia.
Ora si può essere contenti o non contenti di come sono andate le cose, ma ricordiamoci sempre che ogni voto è l’espressione della democrazia, e questo è avulso dal ragionamento incentrato sul non aver saputo leggere la realtà.
Del perché si è stati così ciechi si possono azzardare ipotesi e tentare giustificazioni.
Forse la categoria è troppo abituata a parlarsi addosso e a non sforzarsi di vedere quello che succede sotto il naso, forse perché pensiamo che il mondo gira attorno alla nostra orbita e basta, forse perché si continua a credere per schematismi e modelli obsoleti tipo destra e sinistra, democratici e repubblicani in questo caso. Insomma c’è stato un grave e imperdonabile difetto di osservazione. Ma non è il primo, purtroppo.
E' successo qualche mese fa con la vicenda della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, ed è successo qualche anno fa con l’exploit del Movimento 5 Stelle in Italia. Un fallimento della categoria nella incapacità di catturare e scrivere della rabbia di una parte consistente e silenziosa dell’elettorato, di quella parte colpevolmente dimenticata che abita nelle periferie ed è imprigionata da una ripresa economica che non si vede nei fatti ma si sente solo nelle parole.
Chi ha il dovere di raccontare i fatti non può rinchiudersi in una torre d’avorio o al caldo di una redazione e spacciare per realtà un altro mondo, quello immaginato o desiderato. È una questione di credibilità e se si perde, come la stiamo perdendo, non ce ne sarà per nessuno.
Che fare allora? Non si può tornare indietro, purtroppo, e riavvolgere il filo della storia, ma ci si può fermare per riflettere, per fare mea culpa in un bel bagno di umiltà, rimettersi in discussione. E ripartire ricordando che il mondo è là fuori, non quello che abbiamo nella nostra testa. Perdere quest’occasione per un serio cambiamento culturale sarebbe un altro, gravissimo, errore.

anna.mossuto@gruppocorriere.it
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