Nonostante Renzi il Pd umbro fa danni

Anna Mossuto

23.03.2017 - 15:30

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Renzi e il Pd, il Pd e Renzi. Basterebbe trasformare la congiunzione in verbo essere per raccontare il successo del pomeriggio perugino del premier. Che come era prevedibile si è buttato nella campagna elettorale, pancia a terra, per il sì al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo. Saranno due mesi di fuoco e fiamme dappertutto, dalle Alpi all’Appennino, dal nord al sud della Penisola, isole comprese. Ma la visita del presidente del consiglio, al di là delle mille persone, unità in più o in meno, al Capitini ha messo in evidenza la fragilità del partito umbro e di chi è deputato, sulla carta, a guidarlo.
Renzi ha la capacità di stravolgere schemi e ribaltare situazioni e uomini, quindi per lui nessun problema a non tenere in considerazione il massimo responsabile del partito, Giacomo Leonelli. Che come tutti i poveri mortali ha atteso l’arrivo del premier davanti alla porta del centro congressi, ignorando cosa stesse facendo il premier alla Perugina o a Villa Umbra, con chi si stesse intrattenendo, a chi stesse stringendo le mani.
Chi giovedì pomeriggio era al Capitini ha notato che Leonelli, il capo del partito in Umbria, era spaesato, relegato a un ruolo marginale, quasi di comparsa. Eppure chi ha qualche anno in più si ricorda che quando arrivava il capo nazionale veniva accolto in primis dal suo omologo sul territorio. Era una questione di rispetto e anche di autorevolezza. Un’immagine per tutti quella dell’allora segretario Stramaccioni con il leader maximo D’Alema. Ora se ciò non è avvenuto qualche domanda, al posto di Leonelli, ce la porremmo. Perché di sicuro qualcosa nel Pd umbro non funziona. E non è la questione delle correnti o dei padrini o, visto che siamo in autunno, degli ombrelli.

Fanno sorridere quegli interventi di antichi esponenti del Pci-Pds-Ds-Pd che invocano lo slogan del si cambia o si muore. E non ci riferiamo a qualche sindaco che con lungimiranza aveva capito che brutta piega stava prendendo il partito, bensì a coloro che sono classe dirigente da qualche decennio, come assessore e come parlamentare, senza mai essere eletto/a, che addirittura pensano di rimanere a galla cambiando per l’ennesima volta bandiera o meglio cordata. Tutti renziani sono diventati, tutti in prima fila ad applaudire il leader, perché la paura, di non essere ricandidati e sparire dalla scena, fa novanta. Poi in moltissimi presenti, anche tra quelli delle seconde, terze e quarte file, è valsa la regola morettiana in senso affermativo tipo “meglio andarci così mi notano”.
Tornando alle condizioni del partito in Umbria l’elenco delle criticità è lunghissimo, citarle tutte porterebbe via troppo spazio. Allora tanto vale concentrarsi su una realtà, quella di Terni per esempio, la seconda città capoluogo della regione e la prima a guida ancora centrosinistra, dove sta succedendo di tutto e di più. Tra predissesto finanziario, rimpasto di assessori e immobilismo amministrativo, la giunta Di Girolamo annaspa un giorno sì e l’altro pure, con una maggioranza sempre più risicata e con i numeri del bilancio che fanno rabbrividire. Possibile che a Perugia, intesa come sede del Pd regionale, non interessi quello che sta accadendo da tempo nella città dell’acciaio? Forse è sbagliato dire che la vicenda ternana non interessi perché siamo sicuri che Leonelli e soci soffrono intimamente per quanto succede ma è evidente che non sanno che pesci pigliare, non sanno dove mettere le mani e cosa fare per tentare una ricomposizione.
Insomma il partito è assente, completamente assente, tranne quando qualche maggiorente apre la bocca per invocare la fine delle correnti come un ritornello per farsi belli. E se c’è qualcuno, come per esempio il sindaco di Gualdo Tadino Massimilano Presciutti che con onestà intellettuale esprime per l’ennesima volta preoccupazione per il futuro del partito, non solo non viene ascoltato ma addirittura letto con sufficienza e magari annoverato tra i nemici. Ma una classe dirigente così, allergica alle critiche e per nulla avvezza alle autocritiche, fa veramente temere, vuol dire che è alla frutta. A Terni dove è in bilico la sindacatura, come a Foligno, come a Spoleto, come a Spello, come ad Amelia, come a Narni, come a Orvieto, e giù e su per l’Umbria. Un peccato che le opposizioni non ne approfittino o forse aspettano solo che il Pd si faccia male fino in fondo. Del resto Perugia docet e chi vuol capire capisca. 
anna.mossuto@gruppocorriere.it
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