Santa Barbara, il vescovo: "Persi 7mila posti in 10 anni"

RIETI

Santa Barbara, il vescovo: "Persi 7mila posti in 10 anni"

03.12.2017 - 21:48

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In occasione della festività di Santa Barbara, patrona della città, il vescovo Domenico Pompili ha rivolto il tradizionale discorso ai reatini. Occupazione, integrazione e infrastrutture post sisma i temi affrontati anche con molta durezza.

Ecco il discorso integrale:

(Filippesi 4,4-5)

“Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri”. Il termine ‘allegria’ sembra sopra le righe per i nostri tempi. Eppure quando Paolo lo usa si trova prigioniero in carcere, verosimilmente a Roma. Proprio questa condizione difficile, fa intendere che il suo invito non è un bluff o un incoraggiamento di maniera, quanto la sua ultima e decisiva raccomandazione. La gioia è vera soprattutto in condizioni avverse. Ci è di esempio santa Barbara che – stando alle scarne notizie che possediamo – seppe fronteggiare gli abusi del padre senza venir meno alla sua volontà di essere se stessa. Fino al martirio. Allargando ora lo sguardo alla Città – che pure è stata classificata tra le più vivibili della nostra Regione - non mancano situazioni obiettivamente difficili nelle quali muoversi senza lasciarci catturare dalla paura che è sterile oltre che inutile. Mi riferisco al lavoro, all’immigrazione, al post-terremoto.

La prima questione è il lavoro. Circa 7000 sono i posti di lavoro persi in questo ultimo decennio a Rieti. E a pagarne il prezzo più alto sono i giovani che vengono definiti ‘sdraiati’, ma forse più che sdraiati sono ‘stesi’, cioè senza possibilità di rialzarsi. Si ingrossano, infatti, le file dei Neet, cioè di quelli “senza scuola, senza formazione, senza lavoro”. E che potrebbero fare da quella posizione? Nessuno ha a disposizione ricette miracolose e pronte all’uso. Una cosa però è alla nostra portata: convergere su alcuni obiettivi. Tra questi il primo è il nodo delle infrastrutture per rendere attrattivo il nostro territorio. E  poi c’è da far attenzione a non dividersi per ceti sociali: i commercianti da un lato, gli impiegati e i professionisti dall’altro; gli operai da un’altra parte ancora, a distanza siderale da chi ha, magari sotto il mattone. Occorre, in concreto, fare quadrato quando ci sono iniziative che ricadono su tutti. L’acqua, ad esempio, è un obiettivo che potrebbe essere un collante se ci si mette tutti dalla stessa parte e si cerca con la controparte una soluzione realistica. Quel che è certo è che nessuno può starsene tranquillo finché la gran parte dei nostri giovani resta a casa dai genitori e non fa alcuna scelta di vita.

L’immigrazione è un’altra questione che va decifrata, peraltro, dentro il più ampio fenomeno della mobilità umana. Il punto non è schierarsi tra buonisti e cattivissimi, tra furbetti e ingenui, ma cogliere il fenomeno per quello che è oggettivamente. Spetta allo Stato decidere dei flussi. A noi capire che fare rispetto a quelli che incontriamo per strada. Per stare al nostro territorio provinciale sono accolte 798 persone, distribuite tra prima accoglienza che garantisce vitto e alloggio e seconda accoglienza che punta ad una più completa integrazione sociale e culturale. Da noi, come altrove, si nota però un fatto: dopo la prima accoglienza, solo 1 su 3 viene accompagnato ad una completa integrazione sociale. Gli altri non hanno la stessa fortuna e diventano un’emergenza da gestire. Di fronte a questo stato di cose perché non riscoprire lo SPRAR che coinvolge direttamente i Comuni e garantisce un’accoglienza integrata? Senza sottovalutare gli effetti collaterali: distribuire in modo equo i migranti consente di non subire il fenomeno, ma di orientarlo; assumere un dipendente al servizio di tutta la cittadinanza in uno dei settori più esposti, quando spesso non si dà neanche un Segretario comunale a tempo pieno; intercettare incentivi economici per lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia locale. Un segnale interessante è l’attivazione di un nuovo progetto SPRAR da parte della Comunità montana di Montepiano reatino, non ancora attivo, ma che prevede di accogliere 50 richiedenti asilo e rifugiati. Chiedo ai Sindaci, ben consapevole del loro impegno quotidiano: è possibile fare qualcosa di più? Cominciando dal conoscere e dal verificare il progetto SPRAR che punta ad una integrazione a 360 gradi?

Infine, l’ultima difficoltà è il post-terremoto. Non si vede ancora la linea dell’orizzonte intorno alla ricostruzione. Di sicuro una volta eliminate le macerie bisognerà pur dire come e dove si va. Nei territori che hanno patito questa tragedia, passati vent’anni, la situazione è obiettivamente migliorata. Non così però dappertutto. Dipenderà anche da noi riuscire a tirar fuori qualcosa di nuovo e di più promettente. A condizione di non aspettare solo da fuori, ma di creare uno scenario diverso da quello che era depresso anche prima del terremoto.

Si può stare allegri anche in mezzo alle difficoltà? Certo, anzi questa è la prova che si tratta di qualcosa di vero che fa leva sulle risorse di ciascuno perché la difficoltà aguzza l’ingegno e non solo. Allegri non significa spensierati, ma capaci di ripartire dall’essenziale. Paolo fa riferimento come motivazione al fatto che “il Signore è vicino”. Non siamo abbandonati a noi stessi. Lasciamoci irrobustire da questa certezza interiore per essere come santa Barbara capaci di non recedere rispetto ai nostri sogni e di costruire insieme qualcosa che duri nel tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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