Il vescovo Pompili: "Da Santa Barbara la forza per superare le difficoltà del sisma"

RIETI

Il vescovo Pompili: "Da Santa Barbara la forza per superare le difficoltà del sisma"

03.12.2016 - 22:35

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Riportiamo di seguito il discorso alla Città che il vescovo Domenico Pompili ha rivolto a cittadini e istituzioni questa sera nella basilica di Sant'Agostino durante la celebrazione dei primi vespri della seconda domenica di Avvento, in occasione dei festeggiamenti di Santa Barbara patrona di Rieti.

“Tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo”. L’essere dell’uomo non è semplicemente l’una o l’altra cosa, ma è tutte e tre insieme. H. Marcuse, peraltro non credente, ha messo in guardia dall’uomo «a una dimensione». Già nel 1964 notava non senza preoccupazione che: «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico». Perché non-libertà? Perché l’individuo è ridotto al rango di consumatore, euforico e ottuso, e tutta la sua libertà sta nel carrello della spesa! In tal modo si perde la ricchezza dell’umano.

Quel che avviene nel microcosmo che è l’uomo, si riproduce nel macrocosmo della società. Il che rappresenta un ostacolo che pare insormontabile a chi come noi deve affrontare gli effetti di un terremoto persistente. La crisi che si è prodotta sul nostro territorio dopo il 24 agosto con il suo incalcolabile lascito di lutti e dopo il 30 ottobre con l’infiacchimento psicologico anche dei più resilienti, non può essere affrontata “a una dimensione”. Non basta un approccio solo economico e materiale, come non è sufficiente un approccio solo culturale e psicologico e neanche un approccio semplicemente spirituale e religioso. Occorre tenere insieme queste tre dimensioni. L’una sostiene l’altra, l’una dà consistenza all’altra. Dipenderà dalla capacità di mantenere questo dinamico e fecondo intreccio se la ricostruzione resterà una promessa inadempiuta o metterà invece in movimento un processo capace di dare frutti nel lungo periodo.

Paolo pone per primo lo spirito. Una priorità che in sé è già eloquente: vuol dire che ha fiato corto chi pensa di poter fare a meno di uno sguardo più ampio, che non si lascia ingabbiare dai soli “dati di fatto”. Onestamente, tutti sappiamo che una ecatombe del genere non si può superare solo in virtù del buon governo, quando miracolosamente si compisse. Peraltro il retro-pensiero di tanti è che il Friuli, l’Irpinia, l’Umbria, l’Aquila e l’Emilia sono ancora cantieri aperti, pur con mille distinguo. Ciò significa che c’è gente che a distanza di decenni ancora subisce sulla propria pelle gli effetti del terremoto. Solo se si ritrova uno spirito che sa immaginare altro rispetto alle macerie, che sa collocare questo momento in un tempo e in un senso diverso da quello dell’emergenza si possono affrontare le difficoltà e i ritardi. Paradossalmente, essere in ginocchio apre una visuale diversa e più libera per fare quel salto di qualità necessario a immaginare un altro modello di sviluppo. L’umiltà ci rende più vicini alla terra ferita, più capaci di ascoltarla, lasciandoci ispirare dal genius loci che nonostante tutto ci parla. E così poter essere guidati per fare di questi nostri borghi, già colpiti dallo spopolamento ben prima che dal terremoto, un’occasione per inventare nuove forme di presenza. Ma senza lo spirito che va oltre i dati materiali non si fa nessun passo avanti. Se gli abitanti di Accumoli e di Amatrice, ma anche dei paesi e delle città del cratere non saranno capaci di andare al di là di quello che vedono oggi, sarà impossibile ricominciare a vivere. Quando nella storia dei popoli tutto è distrutto, solo chi ha uno sguardo spirituale sa incoraggiare a non arrendersi. Perché quello che oggi sembra impossibile torni alla nostra portata. Un realismo diverso ci è richiesto oggi. Il realismo della speranza che nel “non più” riesce a vedere un “non ancora”, e a renderlo possibile.

La dimensione dell’anima, il soffio che rende vivi e mette in relazione, è altrettanto fondamentale per riprendere a costruire insieme. Le ferite restano e per cicatrizzarsi ci vuole tempo. Ma guariranno più in fretta, senza riaprirsi alla prima difficoltà, se riusciremo a condividere anziché isolarci. Se non si riesce a garantire una prossimità che lenisca il dolore e che sostenga nel tragico momento del risveglio dall’incubo, non si potrà far ripartire la vita. La nostra gente è avvezza alla fatica e alle salite, non teme il freddo pungente e non si arrende di fronte al terreno incolto, ma ha bisogno di non dividersi e di non combattere su fronti contrapposti. Per questo la ricostruzione richiede un processo comunitario che sappia essere inclusivo e che si prenda cura prima di tutto delle relazioni, allestendo luoghi e dedicando tempi per far ricrescere la coesione e l’entusiasmo della comunità.

Infine c’è la dimensione materiale ed economica. Perché restare in questo territorio martoriato se non ci sono possibilità di far crescere i propri figli, prospettando delle possibilità di lavoro? L’economia, già fragile, ha subito una scossa devastante. Ma come suggeriscono in positivo tante vicende post-terremoto, questa fine può diventare un nuovo inizio. Mi viene in mente Noto, che dopo il crollo della cupola della Cattedrale ha visto nella ricostruzione la premessa per un investimento turistico che ha finito per soppiantare le vicina Siracusa, creando anche tante nuove possibilità di lavoro per i giovani. Vuol dire che l’economia riparte più forte se si dà seguito alla vocazione, magari ancora inespressa, di un territorio. Nel nostro caso il turismo e l’agroalimentare sono le frecce nell’arco da potenziare insieme. Questa crosta di terra spaccata può liberare energie che nella routine di una normalità tranquilla e un po’ sonnacchiosa erano rimaste intrappolate.

Spirito, anima e corpo. Non l’uno contro l’altro. Né l’uno senza l’altro. L’uomo è un essere insieme composito e semplice. È un intero che non può e non deve essere ridotto, mortificato, mutilato. Restiamo interi, anche se impoveriti. Con i piedi ben saldi su una terra che, benché ferita, ha tanto da dire al mondo. E con gli occhi capaci di vedere che anche le macerie sono impastate di cielo. È questa la nostra ricchezza.

«Va tutto bene, mamma, sto solo sanguinando», canta Bob Dylan tra le macerie lasciate da chi ci bombarda da ogni direzione con una immagine falsa e misera della realtà. Un sistema che lentamente fagocita e manipola a suo piacimento gente «impegnata a morire e non a nascere». Noi siamo impegnati a nascere: ci aiuti santa Barbara, il cui sangue sparso per amore ci donerà la forza e la fede per affrontare insieme il tempo che ci aspetta.

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